Un modo diverso di ricordare l’11 settembre. Lo fa il New York Times, in un articolo riportato nella rassegna stampa estera di Radio 3 Rai (in onda alle 7 del mattino, che vale la pena ascoltare, come Prima Pagina sui giornali italiani, alle 7.15, il tutto ascoltabile o consultabile online il giorno dopo).
E’ interessante notare la differenza di come oggi, a sette anni dall’attacco alle Torri Gemelle, venga ricordato quell’evento. Molti giornali americani ovviamente continuano a dare grande risalto al ricordo della tragedia, ma il New York Times, forse in un modo che qualcuno potrebbe giudicare un po’ irrispetoso verso le vittime, decide di dedicare un articolo alla New York persa dei newyorkesi.
La città in primo piano quindi, e il legame delle persone con la città e con il suo paesaggio.
A 9/11 Loss Some Can See From the Window, si intitola l’articolo, che pone al centro del senso della mancanza, della perdita dopo l’11 settembre, anche la Vista della città che per molti cittadini era una parte di loro: “… was the View, that most coveted of New York City apartment amenities, shattered forever”. Allora molti hanno rinunciato a lungo a guardare fuori dalla finestra.
Lo skyline della città era perso (la foto affianco è presa dall’articolo citato), e per molti questo significava aver perso una parte del proprio vivere la città: ..or a broad swath of New Yorkers for whom the two towers were primarily the crowning jewel of a cherished vista, the amputated skyline was a daily reminder of loss.”
L’articolo riconosce che parlare della vista che molti Newyorkesi avevano può sembrare astratto, triviale, remoto, paragonato al dolore di migliaia di persone che hanno perso persone amate, amici e colleghi. Ma la finestra, la vista dalla finestra, che in prima battuta potrebbe sembrare solo un fattore estetico, è anche simbolicamente una finestra sul lungo processo di recupero e sulla rielaborazione del dolore.
L’articolo propone molti punti di vista dei cittadini di New York che hanno perso “la loro Vista dalla finestra”, e le dichiarazione sono di consapevolezza della perdita, della mancanza, ma anche una rassegnazione del cambiamento in bilico tra tristezza e pragmatismo.
E i Newyorkesi proseguono a vivere la loro città tra questi due sentimenti, “non dimenticare” e “ne abbiamo abbastanza“: “Conversations (….) found them poised somewhere between Never Forget and Enough Already”.

Eh già, i sensi e i simboli come salto quasi intuitivo nel dolore!
Direi che, per vari motivi, il simbolismo della perdita della vista della città, che stringendo significa l’assenza delle torri, tiene in sé dei suggestivi punti di contatto con gli studi sul lutto e la melanconia elaborati da Freud. Soprattutto mi torna in mente un bellissimo lavoro di Giorgio Agamben, – “Stanze” – che partendo da Freud dice: “il feticcio è, insieme, il segno di qualcosa e della sua assenza, e deve a questa contraddizione il proprio statuto fantomatico, così l’oggetto dell’intenzione malinconica è nello stesso tempo reale e irreale, incorporato e perduto, affermato e negato”. La distruzione delle torri ha fatto sì che esse acquisissero lo statuto di feticcio, catalizzatore di disparate tonalità emotive, e al tempo stesso forma della loro rimozione.
E anche nelle sue varie anime, va da sé.
Ciò sottinteso, l’idea mi piace.
E trovo sia un bel modo per ricordare l’11 settembre. Mi verrebbe da dire che sia un modo per “agire un ricordo”, il che ha spessore diverso dal “reagirlo”.
Non so bene che cosa potrebbe voler dire “agire” la propria città, se la mattina, appena svegli, prendere la scopa e andare a spazzare il cortile del gelso bianco, come fa il signor Piero pensionato, o scrivere lettere al giornale per avere notizie dall’assessore circa la il senso e la durata degli scavi, o sintonizzare gli orologi sulle campane di ben tre campanili, compreso uno tedesco e neppure tanto puntuale.
Io per esempio mi diverto a vivere nel rione della città dove vivo, e quando uno può dire che il suo rione lo diverte, penso sia più che un promettente inizio.
Ma questo può accadere, credo, quando anch’io sono divertente, quando si condivide. Certo, ciascuno secondo la forma e l’anima proprie.
Penserò e vi scriverò ancora. Per adesso ringrazio.