LA CITTÀ
Hai detto: “Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, più amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina”.
Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.
Kostantinos Kavafis
L’ho sempre pensata legata alla mia città, a Trieste, al mio stare in questa città, ma anche a tutte le città dove ho investito tanto di me stesso e da dove, magari, sarei poi voluto scappare.
Oggi la dedico a quelli che erano a Sarajevo in questi giorni
Grazie del pensiero!
bella !!!
non ero a sarajevo ma avrei voluto esserci
la dedichi anche a me ?
bellissima!
Grazie, e grazie a Lina che sa quanto amo questa cità, dove mi trovo anche ora.. col pensiero.
bellissima questa poesia..di uno dei miei autori preferiti in assoluto (“Jonica” è spettacolare..e parla della mia terra..Kroton!!!)
complimenti per la dedica che fai tu pero’..giorni di Sarajevo, anni fa..indimenticabili per me..
Caro Matteo, è un colpo basso tirare fuori Kavafis, e il Kavafis di “den einai ploio, den einai hodò, ghià sena” (mi pare di ricordare così il testo originale greco), per giunta!
Ti propongo in cambio un poeta greco forse meno d’impatto emotivo, ma sottilissimo, raffinato e sensuale… Ghiorgos Seferis
La nostra terra è chiusa, tutta monti
che hanno per tetto il basso cielo giorno e notte.
Non abbiamo fiumi, non abbiamo pozzi non abbiamo sorgenti,
solo poche cisterne, e queste vuote, che risuonano e che veneriamo.
Suono stagnante e sordo, uguale alla nostra solitudine
uguale al nostro amore, uguale ai nostri corpi.
Ci stupiamo di aver potuto una volta costruire
case capanne e ovili.
E le nozze nostre, le fresche ghirlande e le dita
diventano enigmi inspiegabili alla nostra anima.
Come sono nati come si son fatti forti i nostri figli?
La nostra terra è chiusa. La chiudono
due cupe Simplegadi. Nei porti
la domenica quando scendiamo a respirare
vediamo rischiarati al tramonto
rottami di viaggi mai portati a termine
corpi che non sanno più come amare.
eh, che dire, grazie a voi.
la poesia è ovviamente anche per quelli che avrebbero voluto esserci ed erano là e sono là col pensiero….
giancarlo, grazie… certo sapevo che in fatto di raffinatezza poetica non posso competere!
matteo
Hemos d’erigheneia phane rododaktylos Eos…
Renato
Istintivamente c’è un’altra poesia che abbino a questa, che non conoscevo, a cui sono molto affezzionata Itaca…chissà perchè!?
sd
che intensa questa poesia.
mi fa pensare al POSTO.
proiettato disperatamente verso l’altrove, incosciente e senza mezze misure, ma ancorato a trieste. il nostro molo, che ci portiamo dentro.