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Archive for the ‘Progetti’ Category

Sono a stato a Venezia, per puro svago, e nella solita folla di una domenica veneziana (per di più giorno della regata storica) pensavo a come sia difficile davvero conciliare le necessità di una città-museo, città-cartolina che vive per i turisti, e le necessità invece del vivere quotidiano degli abitanti.

Siccome ritengo che oggettivamente sia di difficile soluzione questa conciliazione, trovo sempre strumentali le polemiche sulla presunta immagine di Venezia “svenduta” ai privati e ai turisti, come se davvero Venezia potesse vivere senza essere “messa in vendita”. Eppure l’impatto che ho avuto al Ponte dei Sospiri mi mette davvero molti dubbi.

venezia_sospiri_restaurocoinNella polemica di pochi giorni fa, che ha visto coinvolti il Sindaco di Venezia Cacciari e il ministro Brunetta, al di là delle implicazioni personali della questione, trovavo fondato il problema sollevato dal Sindaco, e cioè che in una città come Venezia, che ha bisogno di molte risorse per essere curata, restaurata, e che deve rimanere attraente, se i soldi non possono venire dall’Amministrazione pubblica è giusto che si cerchino dai privati. E così Venezia ha venduto molte “superfici” ad aziende che vi hanno installato pubblicità.

Fino a qui, nulla di strano, a parte la dimensione di qualche pannello. Però ciò che ho visto al Ponte dei Sospiri secondo me va oltre. Come testimoniano le foto che qui riporto, in pratica il luogo del ponte è stato ceduto completamente ad una azienda, che ne ha fatto uno spazio diverso, uno spazio suo, una pubblicità.  Non più i muri esterni dei palazzi storici con incastonato il Ponte dei Sospiri, ma questo dentro ad una pubblicità. Insomma, non un marchio dato ad uno spazio, ma uno spazio dato ad un marchio.

venezia_sospiri_restaurocoin2Come riportato sulle stesse pareti di questo spazio “rinnovato”, tale azienda con questo investimento aiuta il restauro del Palazzo Ducale. E, sono consapevole, forse questa è stata l’unica strada per reperire i fondi. Sono molto diffuse ormai le coperture delle ristrutturazioni dei palazzi che riportano pubblicità, ma in generale, in luoghi di pregio storico-architettonico, di solito si cerca di riportare l’immagine di ciò che è coperto. In questo caso il luogo è proprio modificato, è a tutti gli effetti una pubblicità con dentro l’immagine del Ponte dei Sospiri.

Non sono io con questo post a risolvere il problema del reperimento di risorse per gli enti pubblici, e quindi capisco la difficoltà e l’opportunità data dai privati. Capisco la necessità, ma in questo caso i dubbi mi rimangono..

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È di ieri la notizia che al rientro dalle vacanze molti cittadini in Italia troveranno una novità, che li costringerà ad andare più lenti: il limite in molte strade urbane posto a 30Km/h!

Rientro slow” ha titolato un commento su Corriere.it, richiamando la strategia della lentezza: “Da Roma a Milano, a Bologna, a Verona, la ripresa rilancia la mobilità dolce e i progetti per migliorare la vivibilità e la qualità urbana. È la rivincita di pedoni e ciclisti (almeno sulla carta), limite_30kmhma anche la svolta tante volte annunciata per rendere più sicure le strade e adeguare le nostre città agli standard della Ue.

La notizia ovviamente viene accolta con diverse reazioni, perché comunque ogni limite incontra qualche oppositore. Provocatoriamente mi viene da dire che non cambia molto perchè per il traffico congestionato la velocità in certe zone centrali è già molto inferiore (la velocità media dei mezzi pubblici in molte città italiane al di sotto dei 20Km/h). Il punto però è che imporre un limite di velocità di questo tipo è un buon passo per rendere più sicure le nostre strade ma un  passo piccolo piccolo per renderle più vivibili.

Per avere città a misura di cittadino occorre una strategia appunto. Purtroppo l’Italia continua ad essere un paese nel quale le strategie si hanno solo sull’aumento dell’edificabilità e della possibilità di costruire. Non per niente, come ho detto in altri post precedenti, le città italiane non rientrano più in classifiche internazionali sulla qualità del vivere urbano. Tra la rete di metropolitana quasi inesistente, le aree verdi scarse e spesso degradate, le pedonalizzazioni osteggiate, le piste ciclabili spesso solo annunciate o mal realizzate, i quartieri con spazi di socializzazione ristretti, la vivibilità delle nostre città è a livelli qualitativi sempre decrescenti.  E l’auto continua ad essere il centro attorno al quale ruota il resto del mondo…

La lentezza non deve essere un mito ma un approccio serio per migliorare le nostre città. La città lenta è una questione di cultura urbana e politica, non di tecnicalità urbanistica o ingegneristica. Per essere più sicuri nelle strade va benissimo andare a 30 all’ora, l’importante è che la strada non sia l’unico oggetto di intervento delle nostre politiche urbane.

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Oggi una mia amica mi ha parlato della necessità di mettersi a ragionare seriamente sugli strumenti e sui principi della pianificazione, ferma ormai su concetti radicati ma ormai, operativamente, quasi privi di consistenza, almeno nella maggioranza delle politiche pubbliche.

Uno di questi concetti è la sostenibilità, e su questo concetto, mentre si discute molto a livello di principi e di micro-progetti, forse le nostre città ancora poco lavorano quando si tratta di strumenti tecnici politico/amministrativi e di visione generale dello sviluppo del proprio territorio.

Mi è quindi venuta in mente la nascente città a impatto zero, Masdar City, che, come molti dei più visionari progetti della città del futuro, nascerà negli Emirati Arabi a pochi chilometri da Abu Dhabi. Non una “normale” città nuova costruita dal nulla, ma viene definita una vera e propria nuova forma di convivenza urbana. Un visione urbana, insomma.

masdar cityE infatti il sito di Masdar City parla della città come dell’espressione fisica di una visione. La nascita di questa città rientra in un mega-progetto denominato proprio The Masdar Initiative; come scritto nel sito, “Abu Dhabi has established its leadership position by launching the Masdar Initiative a global cooperative platform for the open engagement in the search for solutions to some of mankind’s most pressing issues energy security climate change and the development of human expertise (…)

Tra gli obiettivi fissati dal progetto ideato dal grande architetto Foster, e che sono elencati sul sito, ci sono: 100% energia rinnovabile, carbon neutral, zero waste. Masdar city promette di fissare nuovi benchmarks per la sostenibilità delle città del futuro.

Un interessante articolo su questa visione di città è stato pubblicato qualche mese fa nella sezione online “Le città illuminate” dell’inserto Nova del Sole24Ore, articolo dal titolo “La città dell’energia” a firma di Alessandra Viola. Anche qui, oltre a interessanti descrizioni e ad alcuni dati, viene ripreso il concetto di visione: “La città del futuro, capace davvero di proporre un nuovo modello di convivenza sociale e urbana, dovrà ricondurre il problema energetico e ambientale alla loro dimensione essenziale, l’uomo. (…) Masdar invece si propone al mondo come laboratorio vivente di convivenza sociale e buone pratiche. Un work in progress di nuove tecnologie per l’energia (vi ha già aperto, con il sostegno del Mit, un ambizioso centro di ricerca), riciclaggio, mobilità e tecniche per lo smaltimento dei rifiuti. Ma soprattutto vuole essere un laboratorio umano, dove immaginare i cittadini del futuro.

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Buone notizie per l’autocostruzione, pratica di risposta al disagio abitativo che purtroppo  in Italia non è stata ancora presa seriamente in considerazione. Infatti, a parte qualche positiva esperienza (vedi ad esempio l’attività interessantissima della Cooperativa Alisei di Perugia), nel nostro paese le politiche abitative hanno stentato a rendere più flessibile la loro offerta e ad innovare le pratiche, comprendendo difficilmente alcune azioni alternative a quelle classiche, tra cui l’autocostruzione.

Il problema in un certo senso è culturale, perchè l’autocostruzione viene associata spesso, ingiustamente, a pratiche illegali. (altro…)

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Madre Teresa e il lustra scarpe, così titola un interessantissimo articolo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso (a firma di Risto Karajkov), richiamando alcune delle statue che l’amministrazione locale di Skopje, in Macedonia, ha installato nel centro della città in una grande opera di recupero e di rinnovamento.

madre-teresa-skopje-da-osservatoriobalcaniorgUn toro, un mendicante, una bella ragazza, un lustrascarpe, un tizio che cerca di attirare l’attenzione della bella ragazza dall’altra parte della strada.. (…)La bella ragazza, dall’altra parte della strada, è al centro dell’attenzione da oltre un mese ed è quasi diventata un simbolo della città. (…). Cinquanta metri più in là, verso la piazza centrale, c’è il vecchio monumento di Madre Teresa. La costruzione del suo mausoleo, proprio di fianco alla statua, è stata completata solo un paio di mesi fa. Fino a poco tempo fa, Madre Teresa era tutta sola sul corso principale. Ora, all’improvviso, si trova in fitta compagnia, ma tutti vogliono farsi fotografare con la sua giovane dirimpettaia”.

A Skopje è quindi in atto una trasformazione urbana notevole, un “rinascimento architettonico”, che non si ferma alle statue, ma riguarda anche i palazzi, edifici storici e anche diverse grandi infrastrutture. Il centro della città è però oggetto di un vero e proprio restyling culturale e iconografico, nel quale simboli urbani e identità giocano ancora una volta un ruolo fondamentale. Chi parla di una volontà di rivendicazione di tradizioni culturali nei confronti della Grecia (ci sarà a breve anche una statua di Alessandro Magno), chi di “de-slavizzazione” e quindi della volontà di rompere definitivamente il legame slavo, chi vede invece un disegno politico di affermazione di potere interno.

Forse sono tutte le cose messe insieme, che determinano una significativa appropriazione dello spazio urbano nel suo più pieno termine di spazio politico. La città che include ed esclude attraverso i suoi simboli, culturali, politici, religiosi.

church-crkva-skopjeTale iper-attività sta creando molti malumori, ma è proprio su un edificio religioso che la città si sta dividendo anche con manifestazioni a volte violente. Come ha riportato già il blog balKan_scapes, la decisione di edificare una nuova chiesa nella piazza centrale sta creando un vasto dissendo, e ci viene indicato un altro blog molto interessante skopje2803 nato proprio per raccontare questa divisione: le proteste, i dissensi, le manifestazioni di studenti, le posizioni di chi rivendica uno spazio urbano “laico”, le contromanifestazioni, le contrapposizioni, gli scontri.

Tali dinamiche di “rinnovamento” urbano e di radicalizzazione di simboli di appartenenza culturale e religiosa nello spazio urbano sono abbastanza simili in tutti i Balcani del post-conflitto. Una battaglia culturale neanche tanto sottile, tra memoria, identità, appartenenza, giocata anche e soprattuttot negli elementi architettonici e urbanistici delle città e delle capitali. In questo senso, sempre dal blog skopje2803, segnalo questo interessante workshop, molto pertinente rispetto a quanto sta succedendo, “Reading the City: Urban Space e Memory“, che si terrà a Skopje a metà maggio, organizzato dalla fondazione “Remembrance, responsibility and Future” (Geschichtswerkstatt Europa), il Goethe-Institut e la Technical University of Berlin.

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Ieri ho letto una bellissima intervista su Corriere.it nella sezione di Milano, che voglio riportare qui, e che potete trovare nell’articolo “Loi: non solo eventi. Piazze, scuole, ospedali: lì nasce la vera cultura” .

Il poeta Franco Loi afferma che la cultura delle città è dove ci sono le persone. «La cultura è muovere la co­scienza di chi ci ascolta. Non grandi mostre o grandi festival. È andare tra la gente e andarci di persona»

Esiste un grande dibattito sul contrasto che nasce nelle città quando viene promosso un processo di rinnovo urbano, di recupero, o quando vengono promossi mega-progetti urbanistici di sviluppo: da un lato chi vede come importante l’immagine che si dà all’esterno della città, come “cartolina” o “biglietto da visita” nella competitività del marketing urbano globale; dall’altro chi invece ritiene che sono i cambiamenti rivolti più alle ricadute interne, nella qualità della vita urbana quotidiana (fisico-ambientale, sociale, culturale), ad essere il vero tramite dello sviluppo e dell’attrattività di una città.

Probabilmente la risposta sta in una posizione intermedia, il problema è che spesso si trascura il secondo aspetto, considerandolo poco “visibile”. E il poeta Loi, nella sua intervista, infatti non nega l’importanza dei grandi progetti («Penso già a cosa sarà l’Expo: costruzioni, denaro, infrastrutture. Benissimo, ma non è sufficiente») ma punta decisamente ad una dimensione della cultura urbana più legata al carattere locale, più vicina ai cittadini, una cultura dal basso che non significa assolutamente una cultura bassa: «Dove ci sono le per­sone. Negli ospedali, nelle mense aziendali, nelle scuole.(…)Non bisogna identificare la cultura con le iniziative di rap­presentanza, le grandi mostre da centomila visitatori. Si va, si guarda, si dice ‘Ci sono stato’, poi si torna a casa e non è cam­biato niente»

La cultura delle città è quindi spesso una cultura informale, che sta nelle molte iniziative delle associazioni e dei cittadini che autopromuovono un’azione di comunità locale : «Sì, è quella delle mille asso­ciazioni d’arte, di musica, di vo­lontariato che lavorano senza ascoltare le direttive di nessuno, partito o autorità. Che, semplice­mente, fanno quello che c’è da fare negli ospedali, nel quartie­re». Comunità locali che fanno le città, nelle quali anche il dialetto, anche in grandi città come Milano, diventa nuovamente la lingua franca tra i cittadini di diversa provenienza «È come per il dialetto: pensa­vo che fosse scomparso, fino a quando in via Paolo Sarpi non ho sentito un cinese dire all’al­tro: ‘Alura, cume l’è andada?’. Gliel’ho detto, è strana questa città, quando tutto sembra fini­to, ricomincia in qualche altro modo».

gara-carrellini-via-sarpi-milano-da-repubblicaitE proprio ieri si è svolta a Milano, in Via Sarpi, la Chinatown della città oggetto di grandi “contrasti”, una originalissima gara, quella di carrellini. I famosi carrellini per trasportare le merci, tanto usati dai cinesi e divenuti ormai simbolo di quella parte di città, diventano anche strumento originale per proporre una riflessione. E, come riporta un articolo di Repubblica.it sempre nella sezione di Milano (con relativa galleria fotografica), l‘intento degli organizzatori è proprio quello di trovare percorsi di incontro tra le diverse diverse culture urbane: «L´iniziativa affronta in modo ironico quello che è diventato uno dei simboli del conflitto nel quartiere Sarpi, così da ritrovare un terreno comune di confronto e dialogo»

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slow_down-londonLa frenetica Londra, con i suoi impazienti automobilisti, con la sua Tube affollata, con lo stress della crisi finanziaria, ha l’occasione per una pausa di relax. Così un articolo del Times Online annuncia l’arrivo nella capitale inglese del movimento Go Slow, che organizza l’evento Slow Down London, un festival di dieci giorni dal 24 aprile al 4 maggio 2009.

Correre è una condizione distintiva dei nostri tempi, anche quando ciò non è proprio necessario. Abbiamo fretta sempre e viviamo in modo poco equilibrato il nostro ambiente circostante e i nostri spazi di vita sociale. Essere impegnati sempre ed essere sempre busy condiziona anche le nostre città, che attraverso questa concezione di tempi rapidi organizzano i propri spazi, le vie di traffico, i servizi.

Tessa Watt, organizzatrice dell’evento londinese dice al Times: “There’s a sense in a city like London that we do tend to run around like mad rabbits in a hutch. We get angry with someone ambling slowly on the pavement, and we want to throttle someone if they haven’t got their Oyster card out at the gate of the Tube. Things are a little bit out of hand.”

Recuperare una dimensione più umana del proprio vivere attraverso iniziative “sostenibili”, in particolare nelle città, da originale e a volte eccentrica proposta di pochi è divenatato in questo periodo un imperativo diffuso, anche grazie al contributo che alcune attività possono dare in tempi di crisi. L’articolo del Times richiama tutta l’esperienza di Slow Food e Slow City nata proprio in Italia, ma, come abbiamo inziato sottolineare anche su questo blog, c’è un movimento a livello globale di promozione di attività sostenibili che rimettono al centro il rispetto dell’ambiente, della salute e della dimensione umana delle nostre società.

A Londra i dieci giorni di “festival lento” prevedono molte attività, che si possono consultare sul sito dell’evento. L’obiettivo è quello di far capire che a volte bastano piccoli gesti per migliorare la qualità della vita. Infatti Ms Watt dice, sempre nell’articolo del Times: “We’re not saying that people should be going slowly all the time, but stress and speed are major issues for most people in big cities. This is an opportunity to highlight the issue and help people create a little bit of space in their lives. It can be as simple as taking a lunch break – al fresco, not al desko. Or leaving time between appointments so that you can walk a bit slower and enjoy the environment around you.”

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