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Eventi: Il lungo ‘89

OB il lungo 89Si svolge questo fine settimana a Trento la conferenza internazionale “Il lungo ‘89. Balcani e Caucaso tra aspettative e disincanto dopo la caduta del Muro di Berlino”, che rappresenta il convengo annuale di Osservatorio Balcani e Caucaso.
Io ho l’onore di essere tra i relatori, ma l’interesse del programma va ben oltre la mia presenza.

Vi segnalo la pagina dell’evento sul sito di OB, dove trovate tutte le informazioni, il programma, le indicazioni e il dossier sul tema. Faccio presente che nei giorni del convegno sarà possibile accedere direttamente dalla homepage del sito alla diretta web del convegno.

Ecco l’introduzione sal sito:

“Sono trascorsi vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, evento che ha portato alla fine della divisione in Europa, rappresentato la promessa di una pace duratura nel continente e rilanciato il processo di allargamento dell’Unione europea.

Il convegno «Il lungo ‘89» è dedicato alla riflessione sulle transizioni post-comuniste nei Balcani e nel Caucaso, sulle aspettative sorte con la fine della Guerra fredda, sulle delusioni maturate in seguito, sui processi di cambiamento ancora in atto e sulle possibilità di rilancio di un comune progetto politico europeo.

La prima giornata di lavori sarà dedicata alla riflessione sulle lunghe transizioni nelle due regioni, le frammentazioni nazionali, il ritorno della guerra in Europa e il processo di integrazione europea. Il secondo giorno approfondirà le relazioni di cooperazione e solidarietà che legano comunità e territori prima divisi dalla cortina di ferro”

IL LUNGO ‘89

Trento, 13 – 14 Nov 2009

Indirizzo: Sala di Rappresentanza, Palazzo della Regione, Piazza Dante 16

Organizzato da: Osservatorio Balcani e Caucaso e Regione autonoma Trentino – Alto Adige; in collaborazione con Tavolo Trentino con il Kossovo; con il sostegno di Provincia autonoma di Trento

Vecchi e nuovi muri

copertina_foto_vitanuova

Nella giornata dei grandi festeggiammenti per la ricorrenza dei vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, riporto un mio articolo uscito venerdì scorso sul settimanale Vita Nuova di Trieste . Il titolo apparso sul giornale era “Quando i ponti diventano muri”, articolo centrale di un dossier sui Muri.

(la foto è presa dalla copertina del settimanale del 6.11.09 che contiene il dossier sui Muri, ed era accompagnata dalla scritta “Oltre ogni muro”)


Vecchi e nuovi muri

Scritto da Gian Matteo Apuzzo*

giovedì 05 novembre 2009

Circa un anno fa, Barack Obama, ancora da candidato alla Casa Bianca, aveva scelto Berlino per tenere il discorso principale durante il suo viaggio in Europa, e aveva usato uno slogan forte ed evocativo, “Mai più muri!”, attraverso il quale, toccando la memoria e il cuore dei berlinesi, davanti a migliaia di persone, aveva lanciato un accorato e convinto appello affinché si abbattessero i muri che dividono i popoli, «quelli fra Paesi ricchi e poveri, fra razze e tribù, fra cristiani, ebrei e musulmani». Eppure, nella stessa Europa dai confini mobili non tutti i confini cadono: alcuni si spostano, altri mutano, altri si trasformano, altri addirittura nascono. Non è fatta solo da success stories l’epoca dei muri che cadono, ma molti territori, interni all’Europa o a noi vicini, ci raccontano storie di nuovi confini, a volte materiali e rigidi, a volte immateriali ma forse ancora più difficili da superare.

Nei racconti, nelle narrazioni delle storie personali, a volte piccole, intime e familiari, emergono le contraddizioni della storia, i paradossi della nostra epoca. Fuori e dentro ai confini, cittadini o stranieri, inclusi o esclusi, a seconda del momento o del posto.

Il paradosso principale di questi venti anni è che i confini invece di diminuire sono aumentati e, come sottolineato anche dal grande sociologo americano Peter Marcuse, i conflitti più incandescenti riguardano proprio lo spazio, il suo utilizzo e la sua delimitazione. E proprio le città, alcune città in particolare, stanno diventando i campi di battaglia, anche simbolica, delle nuove divisioni e delle nuove appartenenze contrapposte.

L’elemento etnico ha assunto una funzione determinante nei conflitti e nelle lotte per lo spazio fisico, per l’appartenenza ad una città o ad un territorio, come ad esempio è avvenuto e sta avvenendo in zone di crisi anche vicine a noi, a partire dall’area balcanica. Se lo sguardo all’Europa parte dai Balcani, allora queste storie diventano numerose e significative, utili sia per capire la direzione verso la quale stiamo andando sia per valutare se davvero ancora resiste il mito dell’Europa “unita e senza confini”.

La frammentazione nazionale, la politica delle piccola patrie, la nazione etnicamente omogenea, stanno spingendo parti dell’Europa, occidentale e orientale, a deviare da un percorso che la caratterizzava. Guardando vicino a noi, la questione balcanica è divenuta simbolo di una società contemporanea che fa fatica a trovare soluzioni nella gestione della complessità, specchio del sogno a volte tradito del superamento del mondo dei blocchi della guerra fredda. In questo senso possiamo, senza correre il rischio di esagerare, parlare di una nuova epoca di muri.

Così, in Europa, può capitare che da cittadini si passa ad essere “cancellati”, come un gruppo numeroso di “jugoslavi” in Slovenia, o “alieni”, come molti russi nelle repubbliche baltiche. O assistiamo ad una grande crisi politico-istituzionale proprio intorno alla capitale d’Europa, Bruxelles, per i contrasti tra Valloni e Fiamminghi. O accettiamo che nell’Europa unita esista una città divisa come Nicosia, con il muro che divide la parte turca da quella greca sull’isola di Cipro.

La credenza in un’origine comune diventa perciò un rifugio, una sicurezza illusoria. In questo modo non esistono più gli “abitanti”, i “cittadini” di una regione particolare, ma esistono, da sempre e una volta per tutte i Serbi, i Bosniaci, i Croati, i Kosovari; come anche i Curdi, o i Palestinesi. Quello che conta è il sangue, l’origine comune.

E se lo sguardo passa ancora dai Balcani e va alla realtà attuale della Bosnia Erzegovina ci accorgiamo quanto tutto può essere confine, le chiese e i luoghi di culto, le bandiere, le memorie, i monumenti, i cartelli stradali, i percorsi degli autobus.

Anche i ponti possono dividere, ribaltando lo stesso significato simbolico tra ponti e muri, come avviene ad esempio a Mostar, ma anche a Mitrovica in Kosovo. I confini sono le scuole, divise fisicamente, per cui è divenuta diffusa la definizione di due scuole sotto lo stesso tetto (two schools under one roof), ma divise anche nei contenuti, dove la narrazione della storia prende forma diversa a seconda dell’appartenenza, che determina vincitori e vinti, vittime e carnefici.

I nuovi muri però non sono una prerogativa balcanica, ma fanno parte della società e del presente del mondo cosiddetto democratico e dell’Europa stessa. Il muro è tornato drammaticamente di moda come figura simbolica perché il concetto in sé indica separazione che equivale a sicurezza. Passato alla storia quello di Berlino, ad esempio Belfast è ancora tagliata da una ventina di cosiddette “Peace Line”, volute dagli stessi abitanti che così si sentono sicuri, dove però non mancano tensioni e atti violenti e dove è ancora difficile individuare percorsi condivisi di costruzione del dialogo.

Non dobbiamo però pensare che sia solo il tema dell’impatto delle migrazioni sulle nostre città che deve essere trattato, ma sono tutte le relazioni sociali ad essere in crisi, dove i conflitti sociali e relazionali si vivono fin dentro ai nostri condomini. Individualizzazione, paura e insicurezza fanno parte di uno stato di malessere del nostro modello di vita, che però trova nello straniero un generale capro espiatorio.

A questo proposito, qualche anno fa Zygmunt Bauman, citato quasi esclusivamente per le sue riflessioni sulla «società liquida», ha scritto un interessantissimo contributo sulla «fiducia e la paura nella città», soffermandosi sulle difficoltà del vivere quotidianamente con gli stranieri. Città intese come luoghi della paura, quindi. Città diventate una sorta di «discarica» dei problemi causati dalla globalizzazione, che costringono chi riveste responsabilità politiche e amministrative a individuare risposte sempre più locali in un mondo strutturato da processi sempre più globali. In definitiva, secondo Bauman, città come campi di battaglia e al contempo laboratori.

In questo quadro la reazione tipica appare quella della chiusura. Il sociologo spagnolo Manuel Castells sostiene che nelle città globali esiste in effetti una produzione di senso e di identità, ma che spesso questa significa chiusura. In una simile prospettiva possiamo allora concludere che davvero le città sono diventate dei laboratori, perché nella quotidianità lo scontro di civiltà teorizzato da Samuel Huntington si trasforma in un incontro tra vicini: gente reale, uomini e donne con le quali abbiamo a che fare involontariamente e che prima o poi incontriamo. Lo spirito delle città è alimentato da minuscole interazioni quotidiane ed è nei luoghi che l’esperienza umana si forma, si accumula e viene condivisa e il suo senso viene assimilato, elaborato e negoziato.

Ancora Bauman sostiene che la città induce contemporaneamente alla mixofilia e alla mixofobia. In questo senso gli stessi aspetti della vita urbana possono attrarre persone e respingerne altre, in un inarrestabile processo ambivalente. Dentro e fuori i confini. La varietà promette molte e differenti opportunità. Solo attraverso una “fusione di orizzonti”, secondo la locuzione usata da Hans Gadamer, si può ottenere la comprensione reciproca: orizzonti cognitivi, che vengono tracciati e allargati accumulando esperienze di vita.

È opportuno quindi riflettere su come non rendere gli spazi urbani una sorta di baluardo, di barriera difensiva. Non bisogna abbandonare lo sforzo di riflettere su come costruire una convivenza e una nuova fiducia civica, senza negare il conflitto esistente ma nel tentativo esplicito di abbattere i muri, fisici e immateriali, costruiti secondo una logica fondata sulla vigilanza e sulla distanza. Costruire una cittadinanza oltre i nuovi muri è la grande sfida contemporanea negli spazi della pluralità.

*studioso di città divise

http://metapolis.wordpress.com/

MURI sulla rivista Arel

Si susseguono in questi giorni le pubblicazioni celebrative a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino.

arel_rivista_muriVi segnalo che pochi giorni fa è uscito MURI, il numero monografico della rivista Arel, che tratta il tema in maniera ampia e articolata, riprendendo il concetto del “muro” sotto molti punti di vista e rispetto a diversi fenomeni della nostra società. Da diverso tempo sono tra gli autori della rivista, e sul numero “Muri” potete trovare un mio articolo dal titolo “Corrono nei Balcani i muri della memoria“.

Ecco l’indice che si trova anche sul sito di Arel:

La parola al microscopio.

Presentazione (E.L.).

Europa 1989-2009: dal crollo del Muro al crollo della finanza. Intervista con Tommaso Padoa-Schioppa di Mariantonietta Colimberti e Raffaella Cascioli. Continua a leggere

PARABÉNS RIO!

rio2016_apresentacaoLe Olimpiadi 2016 si faranno a Rio de Janeiro. Questa la decisione del Comitato Olimpico ieri sera, che ha premiato la città brasiliana in lizza con altre grandi città, tra le quali Madrid, Chicago e Tokyo.
Sarà la prima volta in America Latina. Sarà una grande prova per il Brasile e per Rio de Janeiro.

Le cose da fare sono moltissime, mancano sette anni ma, come scritto da qualcuno, bisogna iniziare oggi, non domani o dopodomani. Soprattuto bisogna capire se questo evento sarà, almeno in parte, un beneficio anche per la stragrande maggioranza povera della popolazione.

Per un giorno festeggiamo la notizia. Auguri Rio!! Viva sua paixão!

Il sito del comitato Rio2016 è questo http://www.rio2016.org.br

Segnalo questa iniziativa, organizzata dall’Associazione Ponti d’Europa, che mi vede tra i relatori

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fondaz_langer_logo_newFONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG

ISTITUTO PER LO STUDIO DEL FEDERALISMO E DEL REGIONALISMO DELL’EURAC

Con il contributo dell’Ufficio Affari di Gabinetto della Provincia Autonoma di Bolzano

Venerdì 25 settembre 2009 ore 16.00

Accademia Europea di Bolzano – Viale Druso 1

BOSNIA ERZEGOVINA: MEMORIE DIVISE, FUTURO COMUNE?

La situazione politico-istituzionale della Bosnia Erzegovina, a quasi quindici anni dalla fine della guerra. Le divisioni che attraversano la società, espresse dai monumenti e dalle storie diverse tra i gruppi nazionali. La difficoltà di fare i conti col passato, e l’opportunità europea per un futuro comune.

Un seminario di riflessione, a partire da un viaggio studio compiuto nei luoghi simbolo della guerra. Per scoprire analogie e differenze con altre storie europee difficili da affrontare.

Intervengono

Jens Woelk (Accademia Europea, Università di Trento)

Carla Giacomozzi (Archivio Storico del Comune di Bolzano)

Gian Matteo Apuzzo (Istituto Jacques Maritain, Trieste)

L’evento apre un percorso di iniziative sull’educazione alla mondialità con tema cultura, società e vita in Bosnia Erzegovina, progetto gestito dalla Fondazione Alexander Langer in cooperazione con l’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’EURAC.

Spesso si parla di città e futuro, e tra visioni immaginifiche, mega-progetti e innovazioni tecno-urbane anche in questo blog ne abbiamo parlato più volte. Ora viene pubblicata una serie di articoli molto interessanti, perchè partono da casi concreti di città medio-piccole, e non da grandi scenari “visionari”.

cittàfuture_iodonnaInfatti dal numero della scorsa settimana “Io Donna” ha iniziato a pubblicare una serie di articoli sulle città del futuro, guardando però non alle metropoli e alle grandi città del mondo ma alle città di medie dimensioni che riescono ad emergere coniugando successo e sostenibilità. La vera sfida, dice il magazine, riguarda le città di piccola-media grandezza, e così, attraverso un team di esperti, ne ha selezionate 12 che stanno emergendo per capacità economica, culturale, tecnologica, organizzativa

La prima città presentata, è stata Pittsburgh, scelta da Obama come sede dell’imminente G20. Tanto che l’articolo, pubblicato anche su Corriere.it, inizia proprio citando la sorpresa dei cronisti all’annuncio della scelta della città per l’importante appuntamento internazionale, città famosa quasi esclusivamente per il suo passato industriale: “Il succo della storia sta tutto in una risata; quella che è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che il presidente aveva scelto Pittsburgh come sede del G20, il 24 settembre. Dopo Pechino, Berlino, Londra… gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti a Pittsburgh? Possibile – si saranno chiesti – che Obama si riferisca proprio a quella città della Pennsylvania che fu, buonanima, la capitale mondiale dell’acciaio e che poi, con il tracollo dell’industria pesante, nei primi Ottanta, è diventata il simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost cities, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rost Belt?

La domanda è “come si fa” a passare dall’essere simbolo dell’industria tradizionale in crisi a nuovo centro di sviluppo dell’economia della conoscenza: “…dal nulla grigio e vuoto della galleria al faccia a faccia micidiale con down town Pittsburgh, piazzato lì come una prua scintillante in mezzo a tre fiumi, una Manhattan lilliput dai colori pa stello – insomma quando hai questo frontale da amore a prima vista – è matematico che ti domandi con la bocca aperta: ma come hanno fatto a tenere nascosta una cosa bella così? Che segreto custodisce questa gente?

Pittsburgh, 310mila abitanti, conserva ancora il soprannome di “Steel city”, ma gli investimenti in formazione, conoscenza e innovazione hanno creato una svolta positiva che ha rilanciato la città. Gli investimenti privati sono stati determinanti, ma  occorre sottolineare la volontà politica “illuminata” che ha sostenuto questo processo, guarda caso con il Sindaco più giovane d’America, Luke Ravenstahl, 29 anni: «…hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che hanno fatto man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato». Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc spiega così la diversità e quindi la personalità tosta di Pittsburgh: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai».

Sono a stato a Venezia, per puro svago, e nella solita folla di una domenica veneziana (per di più giorno della regata storica) pensavo a come sia difficile davvero conciliare le necessità di una città-museo, città-cartolina che vive per i turisti, e le necessità invece del vivere quotidiano degli abitanti.

Siccome ritengo che oggettivamente sia di difficile soluzione questa conciliazione, trovo sempre strumentali le polemiche sulla presunta immagine di Venezia “svenduta” ai privati e ai turisti, come se davvero Venezia potesse vivere senza essere “messa in vendita”. Eppure l’impatto che ho avuto al Ponte dei Sospiri mi mette davvero molti dubbi.

venezia_sospiri_restaurocoinNella polemica di pochi giorni fa, che ha visto coinvolti il Sindaco di Venezia Cacciari e il ministro Brunetta, al di là delle implicazioni personali della questione, trovavo fondato il problema sollevato dal Sindaco, e cioè che in una città come Venezia, che ha bisogno di molte risorse per essere curata, restaurata, e che deve rimanere attraente, se i soldi non possono venire dall’Amministrazione pubblica è giusto che si cerchino dai privati. E così Venezia ha venduto molte “superfici” ad aziende che vi hanno installato pubblicità.

Fino a qui, nulla di strano, a parte la dimensione di qualche pannello. Però ciò che ho visto al Ponte dei Sospiri secondo me va oltre. Come testimoniano le foto che qui riporto, in pratica il luogo del ponte è stato ceduto completamente ad una azienda, che ne ha fatto uno spazio diverso, uno spazio suo, una pubblicità.  Non più i muri esterni dei palazzi storici con incastonato il Ponte dei Sospiri, ma questo dentro ad una pubblicità. Insomma, non un marchio dato ad uno spazio, ma uno spazio dato ad un marchio.

venezia_sospiri_restaurocoin2Come riportato sulle stesse pareti di questo spazio “rinnovato”, tale azienda con questo investimento aiuta il restauro del Palazzo Ducale. E, sono consapevole, forse questa è stata l’unica strada per reperire i fondi. Sono molto diffuse ormai le coperture delle ristrutturazioni dei palazzi che riportano pubblicità, ma in generale, in luoghi di pregio storico-architettonico, di solito si cerca di riportare l’immagine di ciò che è coperto. In questo caso il luogo è proprio modificato, è a tutti gli effetti una pubblicità con dentro l’immagine del Ponte dei Sospiri.

Non sono io con questo post a risolvere il problema del reperimento di risorse per gli enti pubblici, e quindi capisco la difficoltà e l’opportunità data dai privati. Capisco la necessità, ma in questo caso i dubbi mi rimangono..

Sono passati quattro anni dall’uragano Katrina e New Orleans si guarda allo specchio cercando di capire a che punto è la ricostruzione. Questo anniversario ha trovato molta copertura nei media statunitensi e, per chi volesse comprendere la situazione della città sono disponibili report, dati e molti articoli. Io ve ne segnalo qui sotto alcuni.

New Orleans-KATRINA Chicago TribuneLa cosa che trovo davvero positiva degli americani è che la ricostruzione è monitorata seriamente, e sono disponibili aggiornamenti periodici con report e dati. Si possono seguire i trend anno per anno e capire quindi, ad esempio, anche le dinamiche che intrecciano le conseguenze del disastro dell’uragano Katrina, la ricostruzione e la crisi attuale.

Sicuramente sui media c’è molta attesa rispetto a quanto farà Obama nel suo mandato, perché tutti ricorderanno che la tragedia di New Orleans fu uno dei punti più bassi della popolarità di Bush (forse il peggiore momento, al di là delle questioni belliche). Altrettanto vero è il fatto che l’America si trovò quasi sorpresa a scoprire i poveri in casa sua, e a scoprire  una città divisa, e che anche nelle tragedie esiste un’America ricca, concentrata in una “città alta”, che in fondo se l’è cavata e un’America povera rilegata in una “città bassa”, inondata e spazzata via.

A quattro anni di distanza la città presenta chiaro-scuri, con il paradosso che è una città che ha sofferto poco della crisi perché gran parte delle attività sono di costruzione immobiliare, edilizia e lavori pubblici. Le percentuali di zone e case recuperate e abitate sono ovviamente salite con un rallentamento della crescita però nell’ultimo periodo.

new orleans new york timesInteressanti sono gli articoli e le tabelle pubblicati, tra i quali, per chi avesse piacere o interesse ad approfondire, segnalo quello Chicago Tribune, con una mappa del Recovery in New Orleans molto chiara. Altre tabelle interessanti sono pubblicate dal The New York Times, con un articolo che si apre con una domanda che fa capire lo spirito con cui guarda al nuovo Presidente: “This year, the Gulf Coast’s recovery from Hurricane Katrina has become President Obama’s responsibility. How bad a situation has he inherited?”

Un report periodico molto preciso e aggiornato sui dati è The New Orleans Index, che viene pubblicato grazie al lavoro del Metropolitan Policy Program della Brookings Institution e del Greater New Orleans Community data Center. L’introduzione al numero del quarto anniversario, scaricabile dai siti dei due istituti, è già programmatica:  “Though New Orleans has been somewhat shielded from the recession due to substantial rebuilding activity, four years after Katrina the region still faces major challenges due to blight, unaffordable housing, and vulnerable flood protection. New federal leadership must commit and sustain its partnership with state and local leaders by delivering on key milestones in innovation, infrastructure, human capital, and sustainable communities to help greater New Orleans move past “disaster recovery” and boldly build a more prosperous future.”

Ora la sfida per New Orleans sembra essere quella di ricostruire un’identità oltre che riparare il disastro. Per concludere voglio riportare proprio le parole di AMY LIU, deputy director of the Metropolitan Policy Program, con cui si conclude l’articolo citato del New York Times: “President Obama’s biggest challenge is to work effectively with Louisiana officials and the next mayor of New Orleans to generate enough progress before next August to show that the city is truly reinventing itself, rather than simply returning to a suboptimal normal.”

I 30 per la città lenta

È di ieri la notizia che al rientro dalle vacanze molti cittadini in Italia troveranno una novità, che li costringerà ad andare più lenti: il limite in molte strade urbane posto a 30Km/h!

Rientro slow” ha titolato un commento su Corriere.it, richiamando la strategia della lentezza: “Da Roma a Milano, a Bologna, a Verona, la ripresa rilancia la mobilità dolce e i progetti per migliorare la vivibilità e la qualità urbana. È la rivincita di pedoni e ciclisti (almeno sulla carta), limite_30kmhma anche la svolta tante volte annunciata per rendere più sicure le strade e adeguare le nostre città agli standard della Ue.

La notizia ovviamente viene accolta con diverse reazioni, perché comunque ogni limite incontra qualche oppositore. Provocatoriamente mi viene da dire che non cambia molto perchè per il traffico congestionato la velocità in certe zone centrali è già molto inferiore (la velocità media dei mezzi pubblici in molte città italiane al di sotto dei 20Km/h). Il punto però è che imporre un limite di velocità di questo tipo è un buon passo per rendere più sicure le nostre strade ma un  passo piccolo piccolo per renderle più vivibili.

Per avere città a misura di cittadino occorre una strategia appunto. Purtroppo l’Italia continua ad essere un paese nel quale le strategie si hanno solo sull’aumento dell’edificabilità e della possibilità di costruire. Non per niente, come ho detto in altri post precedenti, le città italiane non rientrano più in classifiche internazionali sulla qualità del vivere urbano. Tra la rete di metropolitana quasi inesistente, le aree verdi scarse e spesso degradate, le pedonalizzazioni osteggiate, le piste ciclabili spesso solo annunciate o mal realizzate, i quartieri con spazi di socializzazione ristretti, la vivibilità delle nostre città è a livelli qualitativi sempre decrescenti.  E l’auto continua ad essere il centro attorno al quale ruota il resto del mondo…

La lentezza non deve essere un mito ma un approccio serio per migliorare le nostre città. La città lenta è una questione di cultura urbana e politica, non di tecnicalità urbanistica o ingegneristica. Per essere più sicuri nelle strade va benissimo andare a 30 all’ora, l’importante è che la strada non sia l’unico oggetto di intervento delle nostre politiche urbane.

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