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MURI sulla rivista Arel

Si susseguono in questi giorni le pubblicazioni celebrative a vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino.

arel_rivista_muriVi segnalo che pochi giorni fa è uscito MURI, il numero monografico della rivista Arel, che tratta il tema in maniera ampia e articolata, riprendendo il concetto del “muro” sotto molti punti di vista e rispetto a diversi fenomeni della nostra società. Da diverso tempo sono tra gli autori della rivista, e sul numero “Muri” potete trovare un mio articolo dal titolo “Corrono nei Balcani i muri della memoria“.

Ecco l’indice che si trova anche sul sito di Arel:

La parola al microscopio.

Presentazione (E.L.).

Europa 1989-2009: dal crollo del Muro al crollo della finanza. Intervista con Tommaso Padoa-Schioppa di Mariantonietta Colimberti e Raffaella Cascioli.

Berlino, Europa.

Dalla cortina di ferro alla fine della guerra fredda: pillole di storia e frasi celebri, a cura di Gianmarco Trevisi.

Una metropoli europea del secolo. Incontro con Hans Stimmann di Maria Elena Camarda.

La Romania, un paese ancora al bivio, di Daniel Pommier Vincelli.

L’Europa orientale ci è sfuggita. Non varrebbe la pena di seguirne le orme? di Alexandr Pumpianski.

Un diplomatico dell’Ovest nella Praga comunista, di Alessandro Minuto Rizzo.

Gerusalemme, mondo.

In Terrasanta ho conosciuto chi getta ponti di pace. Intervista con Carlo Maria Martini, di Emanuele Caroppo e Gianmarco Trevisi.

Le rovine del Tempio, epifania di memoria futura, di Maria Caterina Negri.

Un muro da ricostruire, quello nucleare, di Ferdinando Salleo.

Transizioni bloccate. La società iraniana e il regime degli ayatollah, di Emanuele Castelli.

Oltre la Grande Muraglia. Mito e simbolo, di Romeo Orlandi.

La penisola di Corea: le ragioni di una divisione insanabile, di Maurizio Riotto.

Quella barriera anacronistica fra Tijuana e San Diego, di Carla Bassu.

L’Italia: società, scuola, lavoro.

La resistibile ascesa dei muri immaginari: flussi migratori e inserimento, di Giuseppe Sciortino.

Contraddizioni da governare: la lezione di via Anelli, di Fulvio Fontini e Claudio Piron.

Educazione e istruzione, le classi sociali esistono ancora, di Francesco Russo.

Comportamenti e consumi culturali nelle Italie di oggi, di Roberto Ippolito.

Meritocrazia: a che punto siamo? di Roger Abravanel.

Insegnanti autentici e scuola viva, per aprire le soglie tra le generazioni, di Francesco Belluzzi.

L’economia: monete, governance, energia

Globalizzazione, squilibri nelle bilance dei pagamenti e sistema monetario internazionale, di Mario Sarcinelli.

L’anno dei quattro vertici e i recinti della governance mondiale, di Fabrizio Pagani.

Energia: yes, we can…, di Alberto Biancardi.

Le scelte da compiere e l’importanza del fattore tempo, di Franco A. Grassini.

La politica: cittadini, partiti, leadership.

Cooptazione versus competizione: rappresentanza, sistemi elettorali e qualità della democrazia, di Francesco Sanna.

Partiti e classi dirigenti, come eravamo, di Giorgio Benigni.

Da Tangentopoli ai nostri giorni, ecco il tempo del disamore, di Marianna Madìa.

Toccare il muro. Decostruire il limite: appunti per una genealogia dello spazio politico-giuridico moderno, di Valentino Durante.

La storia, le armi, le città.

Le fortificazioni nell’arte della guerra, di Filippo Andreatta.

La giusta separatezza fra civili e militari. Successi e fallimenti del principio di discriminazione, di Lorenzo Zambernardi.

L’assedio di Sarajevo, ovvero attacco al cuore dell’Europa, di Michele Chiaruzzi.

Corrono nei Balcani i muri della memoria, di Gian Matteo Apuzzo.

Demarcazioni urbane, il quartiere di piazza Bologna a Roma, di Eva Masini.

Viaggio nella psiche, nell’arte, nella rete.

L’equilibrio con se stessi e il coraggio di pensare il mondo. Incontro con Giovanni Bolle

a, di Mariantonietta Colimberti e Emanuele Caroppo.

Le pietre limitari del mentale fuori e dentro la stanza d’analisi, di Emanuele Caroppo.

L’amore al tempo dei muri, di Mazzino Montinari.

The Wall, un archetipo tradotto in musica, di Alfredo Sciortino.

Dai graffiti ai writings, comunicare attraverso i segni, di Elisabetta Caroppo.

Ero fuori il muro, adesso, di Giorgio Nisini. Comunità virtuali e costruzione delle identità, di Ferrante Pierantoni.

Osservatorio bibliografico, a cura di Pierluigi Mele.

Ricordo di Leopoldo Elia un anno dopo. Un difensore lungimirante e intransigente della Costituzione, di Giovanni Maria Flick.

PARABÉNS RIO!

rio2016_apresentacaoLe Olimpiadi 2016 si faranno a Rio de Janeiro. Questa la decisione del Comitato Olimpico ieri sera, che ha premiato la città brasiliana in lizza con altre grandi città, tra le quali Madrid, Chicago e Tokyo.
Sarà la prima volta in America Latina. Sarà una grande prova per il Brasile e per Rio de Janeiro.

Le cose da fare sono moltissime, mancano sette anni ma, come scritto da qualcuno, bisogna iniziare oggi, non domani o dopodomani. Soprattuto bisogna capire se questo evento sarà, almeno in parte, un beneficio anche per la stragrande maggioranza povera della popolazione.

Per un giorno festeggiamo la notizia. Auguri Rio!! Viva sua paixão!

Il sito del comitato Rio2016 è questo http://www.rio2016.org.br

Segnalo questa iniziativa, organizzata dall’Associazione Ponti d’Europa, che mi vede tra i relatori

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fondaz_langer_logo_newFONDAZIONE ALEXANDER LANGER STIFTUNG

ISTITUTO PER LO STUDIO DEL FEDERALISMO E DEL REGIONALISMO DELL’EURAC

Con il contributo dell’Ufficio Affari di Gabinetto della Provincia Autonoma di Bolzano

Venerdì 25 settembre 2009 ore 16.00

Accademia Europea di Bolzano – Viale Druso 1

BOSNIA ERZEGOVINA: MEMORIE DIVISE, FUTURO COMUNE?

La situazione politico-istituzionale della Bosnia Erzegovina, a quasi quindici anni dalla fine della guerra. Le divisioni che attraversano la società, espresse dai monumenti e dalle storie diverse tra i gruppi nazionali. La difficoltà di fare i conti col passato, e l’opportunità europea per un futuro comune.

Un seminario di riflessione, a partire da un viaggio studio compiuto nei luoghi simbolo della guerra. Per scoprire analogie e differenze con altre storie europee difficili da affrontare.

Intervengono

Jens Woelk (Accademia Europea, Università di Trento)

Carla Giacomozzi (Archivio Storico del Comune di Bolzano)

Gian Matteo Apuzzo (Istituto Jacques Maritain, Trieste)

L’evento apre un percorso di iniziative sull’educazione alla mondialità con tema cultura, società e vita in Bosnia Erzegovina, progetto gestito dalla Fondazione Alexander Langer in cooperazione con l’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’EURAC.

Spesso si parla di città e futuro, e tra visioni immaginifiche, mega-progetti e innovazioni tecno-urbane anche in questo blog ne abbiamo parlato più volte. Ora viene pubblicata una serie di articoli molto interessanti, perchè partono da casi concreti di città medio-piccole, e non da grandi scenari “visionari”.

cittàfuture_iodonnaInfatti dal numero della scorsa settimana “Io Donna” ha iniziato a pubblicare una serie di articoli sulle città del futuro, guardando però non alle metropoli e alle grandi città del mondo ma alle città di medie dimensioni che riescono ad emergere coniugando successo e sostenibilità. La vera sfida, dice il magazine, riguarda le città di piccola-media grandezza, e così, attraverso un team di esperti, ne ha selezionate 12 che stanno emergendo per capacità economica, culturale, tecnologica, organizzativa

La prima città presentata, è stata Pittsburgh, scelta da Obama come sede dell’imminente G20. Tanto che l’articolo, pubblicato anche su Corriere.it, inizia proprio citando la sorpresa dei cronisti all’annuncio della scelta della città per l’importante appuntamento internazionale, città famosa quasi esclusivamente per il suo passato industriale: “Il succo della storia sta tutto in una risata; quella che è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che il presidente aveva scelto Pittsburgh come sede del G20, il 24 settembre. Dopo Pechino, Berlino, Londra… gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti a Pittsburgh? Possibile – si saranno chiesti – che Obama si riferisca proprio a quella città della Pennsylvania che fu, buonanima, la capitale mondiale dell’acciaio e che poi, con il tracollo dell’industria pesante, nei primi Ottanta, è diventata il simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost cities, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rost Belt?

La domanda è “come si fa” a passare dall’essere simbolo dell’industria tradizionale in crisi a nuovo centro di sviluppo dell’economia della conoscenza: “…dal nulla grigio e vuoto della galleria al faccia a faccia micidiale con down town Pittsburgh, piazzato lì come una prua scintillante in mezzo a tre fiumi, una Manhattan lilliput dai colori pa stello – insomma quando hai questo frontale da amore a prima vista – è matematico che ti domandi con la bocca aperta: ma come hanno fatto a tenere nascosta una cosa bella così? Che segreto custodisce questa gente?

Pittsburgh, 310mila abitanti, conserva ancora il soprannome di “Steel city”, ma gli investimenti in formazione, conoscenza e innovazione hanno creato una svolta positiva che ha rilanciato la città. Gli investimenti privati sono stati determinanti, ma  occorre sottolineare la volontà politica “illuminata” che ha sostenuto questo processo, guarda caso con il Sindaco più giovane d’America, Luke Ravenstahl, 29 anni: «…hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che hanno fatto man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato». Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc spiega così la diversità e quindi la personalità tosta di Pittsburgh: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai».

Sono a stato a Venezia, per puro svago, e nella solita folla di una domenica veneziana (per di più giorno della regata storica) pensavo a come sia difficile davvero conciliare le necessità di una città-museo, città-cartolina che vive per i turisti, e le necessità invece del vivere quotidiano degli abitanti.

Siccome ritengo che oggettivamente sia di difficile soluzione questa conciliazione, trovo sempre strumentali le polemiche sulla presunta immagine di Venezia “svenduta” ai privati e ai turisti, come se davvero Venezia potesse vivere senza essere “messa in vendita”. Eppure l’impatto che ho avuto al Ponte dei Sospiri mi mette davvero molti dubbi.

venezia_sospiri_restaurocoinNella polemica di pochi giorni fa, che ha visto coinvolti il Sindaco di Venezia Cacciari e il ministro Brunetta, al di là delle implicazioni personali della questione, trovavo fondato il problema sollevato dal Sindaco, e cioè che in una città come Venezia, che ha bisogno di molte risorse per essere curata, restaurata, e che deve rimanere attraente, se i soldi non possono venire dall’Amministrazione pubblica è giusto che si cerchino dai privati. E così Venezia ha venduto molte “superfici” ad aziende che vi hanno installato pubblicità.

Fino a qui, nulla di strano, a parte la dimensione di qualche pannello. Però ciò che ho visto al Ponte dei Sospiri secondo me va oltre. Come testimoniano le foto che qui riporto, in pratica il luogo del ponte è stato ceduto completamente ad una azienda, che ne ha fatto uno spazio diverso, uno spazio suo, una pubblicità.  Non più i muri esterni dei palazzi storici con incastonato il Ponte dei Sospiri, ma questo dentro ad una pubblicità. Insomma, non un marchio dato ad uno spazio, ma uno spazio dato ad un marchio.

venezia_sospiri_restaurocoin2Come riportato sulle stesse pareti di questo spazio “rinnovato”, tale azienda con questo investimento aiuta il restauro del Palazzo Ducale. E, sono consapevole, forse questa è stata l’unica strada per reperire i fondi. Sono molto diffuse ormai le coperture delle ristrutturazioni dei palazzi che riportano pubblicità, ma in generale, in luoghi di pregio storico-architettonico, di solito si cerca di riportare l’immagine di ciò che è coperto. In questo caso il luogo è proprio modificato, è a tutti gli effetti una pubblicità con dentro l’immagine del Ponte dei Sospiri.

Non sono io con questo post a risolvere il problema del reperimento di risorse per gli enti pubblici, e quindi capisco la difficoltà e l’opportunità data dai privati. Capisco la necessità, ma in questo caso i dubbi mi rimangono..

Sono passati quattro anni dall’uragano Katrina e New Orleans si guarda allo specchio cercando di capire a che punto è la ricostruzione. Questo anniversario ha trovato molta copertura nei media statunitensi e, per chi volesse comprendere la situazione della città sono disponibili report, dati e molti articoli. Io ve ne segnalo qui sotto alcuni.

New Orleans-KATRINA Chicago TribuneLa cosa che trovo davvero positiva degli americani è che la ricostruzione è monitorata seriamente, e sono disponibili aggiornamenti periodici con report e dati. Si possono seguire i trend anno per anno e capire quindi, ad esempio, anche le dinamiche che intrecciano le conseguenze del disastro dell’uragano Katrina, la ricostruzione e la crisi attuale.

Sicuramente sui media c’è molta attesa rispetto a quanto farà Obama nel suo mandato, perché tutti ricorderanno che la tragedia di New Orleans fu uno dei punti più bassi della popolarità di Bush (forse il peggiore momento, al di là delle questioni belliche). Altrettanto vero è il fatto che l’America si trovò quasi sorpresa a scoprire i poveri in casa sua, e a scoprire  una città divisa, e che anche nelle tragedie esiste un’America ricca, concentrata in una “città alta”, che in fondo se l’è cavata e un’America povera rilegata in una “città bassa”, inondata e spazzata via.

A quattro anni di distanza la città presenta chiaro-scuri, con il paradosso che è una città che ha sofferto poco della crisi perché gran parte delle attività sono di costruzione immobiliare, edilizia e lavori pubblici. Le percentuali di zone e case recuperate e abitate sono ovviamente salite con un rallentamento della crescita però nell’ultimo periodo.

new orleans new york timesInteressanti sono gli articoli e le tabelle pubblicati, tra i quali, per chi avesse piacere o interesse ad approfondire, segnalo quello Chicago Tribune, con una mappa del Recovery in New Orleans molto chiara. Altre tabelle interessanti sono pubblicate dal The New York Times, con un articolo che si apre con una domanda che fa capire lo spirito con cui guarda al nuovo Presidente: “This year, the Gulf Coast’s recovery from Hurricane Katrina has become President Obama’s responsibility. How bad a situation has he inherited?”

Un report periodico molto preciso e aggiornato sui dati è The New Orleans Index, che viene pubblicato grazie al lavoro del Metropolitan Policy Program della Brookings Institution e del Greater New Orleans Community data Center. L’introduzione al numero del quarto anniversario, scaricabile dai siti dei due istituti, è già programmatica:  “Though New Orleans has been somewhat shielded from the recession due to substantial rebuilding activity, four years after Katrina the region still faces major challenges due to blight, unaffordable housing, and vulnerable flood protection. New federal leadership must commit and sustain its partnership with state and local leaders by delivering on key milestones in innovation, infrastructure, human capital, and sustainable communities to help greater New Orleans move past “disaster recovery” and boldly build a more prosperous future.”

Ora la sfida per New Orleans sembra essere quella di ricostruire un’identità oltre che riparare il disastro. Per concludere voglio riportare proprio le parole di AMY LIU, deputy director of the Metropolitan Policy Program, con cui si conclude l’articolo citato del New York Times: “President Obama’s biggest challenge is to work effectively with Louisiana officials and the next mayor of New Orleans to generate enough progress before next August to show that the city is truly reinventing itself, rather than simply returning to a suboptimal normal.”

I 30 per la città lenta

È di ieri la notizia che al rientro dalle vacanze molti cittadini in Italia troveranno una novità, che li costringerà ad andare più lenti: il limite in molte strade urbane posto a 30Km/h!

Rientro slow” ha titolato un commento su Corriere.it, richiamando la strategia della lentezza: “Da Roma a Milano, a Bologna, a Verona, la ripresa rilancia la mobilità dolce e i progetti per migliorare la vivibilità e la qualità urbana. È la rivincita di pedoni e ciclisti (almeno sulla carta), limite_30kmhma anche la svolta tante volte annunciata per rendere più sicure le strade e adeguare le nostre città agli standard della Ue.

La notizia ovviamente viene accolta con diverse reazioni, perché comunque ogni limite incontra qualche oppositore. Provocatoriamente mi viene da dire che non cambia molto perchè per il traffico congestionato la velocità in certe zone centrali è già molto inferiore (la velocità media dei mezzi pubblici in molte città italiane al di sotto dei 20Km/h). Il punto però è che imporre un limite di velocità di questo tipo è un buon passo per rendere più sicure le nostre strade ma un  passo piccolo piccolo per renderle più vivibili.

Per avere città a misura di cittadino occorre una strategia appunto. Purtroppo l’Italia continua ad essere un paese nel quale le strategie si hanno solo sull’aumento dell’edificabilità e della possibilità di costruire. Non per niente, come ho detto in altri post precedenti, le città italiane non rientrano più in classifiche internazionali sulla qualità del vivere urbano. Tra la rete di metropolitana quasi inesistente, le aree verdi scarse e spesso degradate, le pedonalizzazioni osteggiate, le piste ciclabili spesso solo annunciate o mal realizzate, i quartieri con spazi di socializzazione ristretti, la vivibilità delle nostre città è a livelli qualitativi sempre decrescenti.  E l’auto continua ad essere il centro attorno al quale ruota il resto del mondo…

La lentezza non deve essere un mito ma un approccio serio per migliorare le nostre città. La città lenta è una questione di cultura urbana e politica, non di tecnicalità urbanistica o ingegneristica. Per essere più sicuri nelle strade va benissimo andare a 30 all’ora, l’importante è che la strada non sia l’unico oggetto di intervento delle nostre politiche urbane.

Un anno di METAPOLIS

Un anno fa nasceva il blog Metapolis, e per me è una grande soddisfazione essere qui a “festeggiare” questo anniversario. Non è sempre facile tenere aggiornato un blog, credo che molti lo sappiano, e la frequenza dei post dipende ovviamente dagli impegni e dal tempo (ma anche dalla freschezza mentale) che rimane a disposizione.
Io spero di aver interessato e incuriosito chi è venuto a visitare il blog.
Vi ringrazio delle oltre 13mila visite in questo anno e ringrazio tutti quelli che hanno lasciato commenti, che mi hanno scritto, che hanno linkato Metapolis.
Ora, dopo la pausa di agosto che mi sono preso (ma solo per il blog…), riprenderò la pubblicazione di post, cercando anche qualcosa di innovativo, sperando che l’anno sia ancora più ricco.
Grazie davvero a tutti!

Città amara

Le città italiane alla ricerca della bellezza perduta? Sembra proprio di sì, a giudicare dagli articoli che sempre più spesso parlano di città che perdono di qualità, di attrattività, di sostenibilità e di benessere. Il problema è che tale giudizio non è rivolto puramente all’esterno, rispetto al turismo o alle offerte per chi viene da fuori a studiare o a lavorare nel nostro paese, ma purtroppo riguarda gli abitanti, i residenti, quelli che quotidianamente vivono questo vero e proprio declino.

Negli ultimi giorni ho trovato molta similitudine sullo stato delle città italiane tra un articolo uscito ieri su Corriere.it su Milano e un articolo della rivista Monocle che accompagnava la loro annuale classifica sulle città più vivibili.

Il Corriere, nell’articolo-denuncia di Corrado Stajano, titolava “Milano senza sogni, città amara”, con un sottotitolo molto duro: “Indifferenza, razzismo, traffico, inquinamento: così la metropoli perde l’anima”. Una città dove regna l’incuria, dove si è perso lo spirito solidale, dove sono spariti i luoghi di aggregazione e dove il senso civile è andato via via spegnendosi. Una denuncia, in questo articolo, dove si guarda con amarezza all’ottimismo di maniera, nel quale l’Expo 2015 sembra quasi un miraggio come soluzione a tutti i mali. Milano deve ritrovare al suo interno la strada persa, nelle sue strade, nelle sue persone, e nelle piccole cose che fanno di una città un luogo bello dove stare e vivere. “Per raccontar Milano è bene partire dal basso, dai marciapiedi, più che dalle alte vette, il primato sociale e civile dato una volta per scontato o la capitale morale andata in frantumi come un vaso di terraglia.” Milano non è più vivibile, sembra dirci l’autore dell’articolo.

Monocle_italy's_citiesE proprio di città vivibili parla Monocle nel suo numero di luglio, stilando l’annuale classifica “The World’s Top 25 Most Liveable Cities”, che testa le città più importanti del mondo per capire sia quali si stanno muovendo verso una maggiore sostenibilità e qualità della vita, sia quali siano le generali dinamiche di trasformazione delle città. Lo scorso anno al primo posto figurava Copenhagen, quest’anno troviamo Zurigo. Al di là dei contenuti della classifica, di cui magari parlerò in un altro post, quello che qui è interessante notare è che per il terzo anno consecutivo nessuna città italiana entra fra le prime 25. E sulla rivista troviamo un commento proprio su questa assenza delle nostre città, dal titolo “Nice reastaurants, but…“. Anche qui il giudizio è molto crudo, fina dalla prefazione:

For a third year running, Italian cities failed to make our list. Though attractive spots for 48 hours of sightseeing or shopping, more needs to be done for their residents. Take public transport. Poorly funded and chronically late, the number of commuters on buses and trams actually fell in 2008. With most people behind the wheel, city centres are gridlocked and pavements used as makeshift car parks“.

L’ottmismo di maniera dovrebbe quindi lasciare spazio alla consapevolezza, al realismo e al buon senso, perchè c’è molto da fare per gli abitanti delle città italiane, se, come dice la’rticolo sopra citato, stiamo diventando un paese buono solo per 48 di turismo e shopping.

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