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Oggi una mia amica mi ha parlato della necessità di mettersi a ragionare seriamente sugli strumenti e sui principi della pianificazione, ferma ormai su concetti radicati ma ormai, operativamente, quasi privi di consistenza, almeno nella maggioranza delle politiche pubbliche.

Uno di questi concetti è la sostenibilità, e su questo concetto, mentre si discute molto a livello di principi e di micro-progetti, forse le nostre città ancora poco lavorano quando si tratta di strumenti tecnici politico/amministrativi e di visione generale dello sviluppo del proprio territorio.

Mi è quindi venuta in mente la nascente città a impatto zero, Masdar City, che, come molti dei più visionari progetti della città del futuro, nascerà negli Emirati Arabi a pochi chilometri da Abu Dhabi. Non una “normale” città nuova costruita dal nulla, ma viene definita una vera e propria nuova forma di convivenza urbana. Un visione urbana, insomma.

masdar cityE infatti il sito di Masdar City parla della città come dell’espressione fisica di una visione. La nascita di questa città rientra in un mega-progetto denominato proprio The Masdar Initiative; come scritto nel sito, “Abu Dhabi has established its leadership position by launching the Masdar Initiative a global cooperative platform for the open engagement in the search for solutions to some of mankind’s most pressing issues energy security climate change and the development of human expertise (…)

Tra gli obiettivi fissati dal progetto ideato dal grande architetto Foster, e che sono elencati sul sito, ci sono: 100% energia rinnovabile, carbon neutral, zero waste. Masdar city promette di fissare nuovi benchmarks per la sostenibilità delle città del futuro.

Un interessante articolo su questa visione di città è stato pubblicato qualche mese fa nella sezione online “Le città illuminate” dell’inserto Nova del Sole24Ore, articolo dal titolo “La città dell’energia” a firma di Alessandra Viola. Anche qui, oltre a interessanti descrizioni e ad alcuni dati, viene ripreso il concetto di visione: “La città del futuro, capace davvero di proporre un nuovo modello di convivenza sociale e urbana, dovrà ricondurre il problema energetico e ambientale alla loro dimensione essenziale, l’uomo. (…) Masdar invece si propone al mondo come laboratorio vivente di convivenza sociale e buone pratiche. Un work in progress di nuove tecnologie per l’energia (vi ha già aperto, con il sostegno del Mit, un ambizioso centro di ricerca), riciclaggio, mobilità e tecniche per lo smaltimento dei rifiuti. Ma soprattutto vuole essere un laboratorio umano, dove immaginare i cittadini del futuro.

Non parlo molto di Trieste in questo blog, forse perchè l’entrare nelle questioni del luogo dove vivo e lavoro inevitabilmente mi porterebbe a commenti e giudizi legati più alle “beghe locali” che non ai contenuti dei post.

Oggi però voglio citare non un politico, non un accademico, non un attivista delle questioni del confine e della memoria, ma richiamare un articolo odierno del quotidiano cittadino, Il Piccolo, che fa un’intervista al Vescovo di Trieste, Eugenio Raviganni, che finisce il proprio mandato e traccia quindi un bilancio degli anni trascorsi. Al di là delle idee e delle posizioni religiose di ognuno di noi, credo valga la pena leggere l’intervista perchè viene da una persona che ha operato in una posizione da osservatore privilegiato della vita della città.

E qui voglio solo riportare la frase riguardante Trieste vista come “città in crescita ma ancora divisa“:

«Rispetto chi crede si possa arrivare a una lettura condivisa della storia, ma io ancora non la vedo. La purificazione della memoria è invece un atto di volontà, un impegno morale».

Muro…e Maturità

Oggi permettetemi un piccolo commento sulle tracce uscite per la prova scritta di italiano dell’esame di Maturità, e in particolare su quella che richiama la caduta del Muro di Berlino.

Il testo della traccia della prova è il seguente:

Con legge n. 61 del 15 aprile 2005, il 9 novembre è stato dichiarato «Giorno della libertà», “quale ricorrenza
dell’abbattimento del muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di
democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo”.
A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, il candidato rifletta sul valore simbolico di quell’evento ed
esprima la propria opinione sul significato di “libertà” e di “democrazia
”.

A parte che mi sembra molto scontato un tema sulla caduta del Muro a vent’anni dall’evento, ma questo non è un problema, anzi, è una nota positiva e, chissà, forse ben accolta dagli studenti che magari se lo aspettavano.

La notizia invece mi fa sorgere alcune domande. Non conosco molto bene i programmi attuali di storia delle scuole superiori, ma tradizionalmente i docenti più bravi arrivano forse alla Seconda Guerra Mondiale. Quante sono allora le classi in Italia che hanno trattato la caduta del Muro di Berlino?

Sarei davvero curioso di leggere i temi dei ragazzi, perchè sapere cosa hanno scritto sarebbe molto interessante per capire che impatto ha quell’evento nelle coscienze dei giovani. Perchè, in fondo, anche per la mia generazione e forse ancora per qualcuno più giovane, si è trattato davvero di un fatto epocale, di una svolta storica che percepisci subito nel momento in cui la vivi. Per i più giovani invece, nati dopo il 1989, la percezione è naturalmente molto diversa, e, questa è una mia impressione personale, appare indebolita dai fatti successivi la reale portata di speranza per un mondo nuovo che ha accompagnato la caduta del Muro. Nelle nostre scuole si parla del valore e delle conseguenze di questo evento?

Per queste riflessioni, che sto quasi scrivendo ragionando a voce alta, mi vengono ancora più perplessità sull’intera traccia, quando si chiede agli studenti di discutere di “libertà” e “democrazia” a partire dal valore simbolico di quell’evento. Può una preparazione data dai programmi scolastici permettere di riflettere davvero su questi temi, che mi sembrano lontani anche dall’approfondimenti di molti corsi universitari?

Non è una critica fina a se stessa la mia, e queste perplessità rafforzano la mia curiosità di vedere questi temi, di poterli leggere, anche per capire meglio come noi adulti possiamo parlare alle nuove generazioni.

memoria_jasenovac_fioreRicordare cosa e come? E soprattutto, ricordare per chi?  quali percorsi di ricomposizione e di riconciliazione ci sono e quanto riescono ad essere incisivi? è possibile lavorare sulla verità e la giustizia in modo oggettivo senza essere considerati nemici o, peggio, traditori?

Queste sono le domande di fondo che hanno accompagnato il mio viaggio (organizzato da Mauro Cereghini della Fondazione Langer, e fatto con lui e insieme a Carla Giacomozzi dell’archivio storico della città di Bolzano e Sonja Cimadom volontaria dell’Operazione Colomba)  in alcuni dei luoghi della memoria dei Balcani, nelle città, nei siti, nei memoriali, anche attraverso le parole delle persone e le attività delle associazioni che si occupano di questi temi.

Jasenovac e Donja Gradina, Osijek, Vukovar, Sarajevo, Srebrenica e Tuzla… Abbiamo visitato i luoghi delle maggiori tragedie del ‘900 cercando di capire che significato hanno oggi quei luoghi e che cosa si sta facendo sul tema della memoria. Sono partito con delle domande e sono tornato con molte più domande alle quali provare a dare risposta, sebbene sempre parziale.

Memoria e riconciliazione o memoria e divisione? Questa la domanda principale con la quale sono tornato, continuando a pormela a casa mia, a Trieste, dove il ricordo dei fatti del ‘900 continua a essere una frattura difficile da sanare. La “battaglia della memoria”, potremmo chiamarla così, la tendenza del conflitto a lasciare anche nel ricordo contrasti, contestazioni, riconoscimento e negazione.memoria_srebrenica_nomivittime_memorialpotocari

Il viaggio ha posto almeno tre questioni fondamentali:

  1. Da un punto di vista di dettaglio di racconto e di contenuti di immagini (violenza, deportazioni, esecuzioni di massa, conflitto armato), esiste un livello giusto e un modo corretto di rappresentazione della memoria di un luogo e dei fatti accaduti?
  2. Anche in un percorso di reciproco riconoscimento delle vittime, il genocidio sta ad un livello superiore e finisce con l’identificare tout court un popolo come carnefice e uno come vittima?
  3. Quale è il possibile intervento in un contesto, come quello dei Balcani, nei quali una delle implicazioni della battaglia delle memorie è che non si gioca solo a scala locale ma anche su una scala geopolitica regionale?

memoria_tuzla_monumentostudentiPer i temi di questo blog poi diventa fondamentale capire, dall’analisi delle attività che le persone e le associazioni incontrate promuovono nel campo della pace, riconciliazione, memoria e verità, quale sia il rapporto che in questo ambito c’è tra luoghi fisici (macerie, siti, memoriali) e memoria, tra persone, luoghi e eredità del trauma. Il rapporto è stretto, ma come sempre si intrecciano in modo significativo elementi materiali e immateriali: così i luoghi diventano territorio di identità anche con le attività delle associazioni, anche i programmi educativi nelle scuole (spesso divise) e nelle istituzioni (musei, memoriali, etc), anche con le narrazioni personali, che hanno un impatto fondamentale nella scomposizione e ricomposizione delle memorie individuali e collettive.

Tra le cose che abbiamo visto:

Complesso di Jasenovac – Donja Gradina, diviso dalla Sava e ora in due stati diversi, con due modi diversi di ricordare e con una ricostruzione minima dei luoghi.

Vukovar, con il suo memoriale, le croci, le bandiere, ma anche con le sue rovine che ancora caratterizzano il centro storico.

Sarajevo, di cui ho già detto nel post precedente, con i suoi monumenti, restauri, rinnovamento e cambiamento.memoria_srebrenica_memorialpotocari

Srebrenica, luogo simbolo, che è un “concentrato”, o come ha detto Mauro è un “teatro”, memoria e rappresentazione di tutto ciò che sono state le guerre balcaniche ma anche di ciò che ne è seguito, tra ricordo, divisione, ricostruzione, cooperazione, presenza internazionale…

Per ora qui mi limito a questi spunti, e ad alcune immagini, perché il tempo di elaborazione delle cose viste deve essere più lungo (e lento forse..), anche solo per dare coerenza ai tanti appunti con i quali sono tornato. Proverò a riprendere in seguito qualche riflessione specifica.

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Sarajevo che cambia

Eccomi tornato dopo quasi un mese, dopo un paio di bei viaggi, tra Romania, Serbia, Croazia e Bosnia, dei quali cercherò di riportare qui qualche notizia, riflessione, immagine…

Sarajevo_parlamento_09Sono finalmente tornato a Sarajevo. Sarajevo sta cambiando. Si sta riprendendo, si recupera, si rinnova, è dinamica, pur nel suo ritmo ammaliante balcanico-ottomano. Ma cosa è Sarajevo oggi?

Ho affermato più volte nei miei articoli che la guerra ha cambiato le città dei Balcani. Possiamo affermare che le città hanno subito una vera e propria rivoluzione al contrario, perdendo il loro carattere cosmopolita, multiculturale, di pluralità e multi-presenze. Ciò è avvenuto attraverso processi di omogeneizzazione sociale, una radicalizzazione dell’appartenenza che ha determinato una semplificazione della composizione sociale. E questo nelle città determina un’occupazione iconografica dello spazio urbano e del paesaggio in generale, con una sovrapposizione di cittadinanza e nazionalismo.

sarajevo_bibliotecanaz_09In questo senso le città non sono più quelle di prima del conflitto. Sarajevo è un po’ il simbolo di questa parabola, perché continua ad essere una città affascinante, attraente, un’icona nella mente di molti, ed è inoltre una città che si è ripresa, che ha recuperato un elevato grado di attrattività anche turistica (sono nate molte nuove pensioni negli anni più recenti). Molte parti della città sono finalmente recuperate o in via di recupero, come il Palazzo del Parlamento (che dà alla città anche un tocco di innovazione e modernità estetica) e come la Vijećnica, la Biblioteca Nazionale bruciata e distrutta durante il conflitto (anche se non è certo se sarà destinata ancora a biblioteca).

sarajevo_monumentobambini_09Lo sviluppo e il recupero però hanno molti contrasti, molti segni tangibili di una memoria divisa e di una definizione dei vinti e dei vincitori, almeno in città. Ormai la composizione sociale è largamente omogenea, esiste una radicata cultura dominante e anche lo sviluppo della città segue in maniera preponderante una precisa cultura. Così, oltre alle numerose nuove moschee sempre più monumentali, nascono nuovi grandi centri commerciali dove non vengono vendute bevande alcoliche, o vengono spesi milioni di marchi convertibili sarajevo_nuovocentrocomm_09per un monumento ai bambini vittime della guerra che ha suscitato molte polemiche e molti contrasti.

Sarajevo è una città bellissima, ma non è più la stessa, non è più la “Gerusalemme dei Balcani”, almeno così come l’avevamo conosciuta.

Le megalopoli minacciano di soffocare l’India. Appena conclusa la tornata elettorale più grande della storia dell’India, le riflessioni sulla realtà di quel paese si susseguono, e tra queste  un articolo del Wall Street Journal, che ho ascoltato e poi letto nella rassegna stampa dei quotidiani esteri di Radio 3 ieri mattina (13/05/09), affronta il problema della rapida e problematica crescita urbana.

I giornalisti Patrick Barta e Krishna Pokharel nel loro articolo Megacities Threaten to Choke India dimostrano come i temi maggiori della discussione pubblica durante le elezioni siano stati il ralletntamento dell’economia, il terrorismo e la povertà rurale, ma il vero problema emergente nell’India attuale è l’esplosione urbana. Questa non è un fenomeno nuovo, o almeno non iniziato negli ultimi anni, ma la prepoccupazione è che molte città stanno raggiungendo rapidamente dimensioni di metropoli o megalopoli riproponendo gli stessi problemi delle due città simbolo della crescita degli anni ‘70 e ‘80, Mumbai e Calcutta, divenute globalmente sinonimo di povertà.

india megacities article wall street journalI dati che vengono presentati nell’articolo sono molto indicativi della crescita urbana dell’India, che, come in generale tutti i paesi delll’Asia, ormai è ai vertici mondiali per presenza di megacities: “The country already has 25 of the world’s 100-fastest growing urban areas, according to City Mayors, an international urban-affairs think tank. That compares with eight in China. Pune, near Mumbai, has more than four million people, about the same as the Houston area. Kanpur, in north central India, has more than three million, as does Surat, in western India. India is expected to add 10 million people a year between 2000 and 2030 to its 5,161 cities, according to the United Nations“.

Viene presentato in particolare il caso della città di Lucknow: “This capital of the northern state of Uttar Pradesh was once an orderly place known for its baroque monuments and lush gardens. Today, Lucknow has more than 780 slums, overflowing sewage pipes and streets choked by gridlock. Its population of 2.7 million, nearly triple the number in the 1980s, is adding as many as 150,000 new residents a year.” Sulle percentuali di crescita delle città indiane i numeri sono impressionanti (tra il 60 e il 160%) e vale la pena leggere anche gli approfondimenti statici legati all’articolo e il video correlato.

Se si volessero confrontare questi dati di crescita delle città e della povertà urbana degli ultimi due decenni con le stime e gli obiettivi fissati dal Millennium Goal sulla riduzione degli slums nel mondo (vedi sito), sarebbe subito evidente come tali obiettivi siano stati ampiamente falliti. Il problema è che non si impara mai dal passato e la crescita delle megalopoli nel mondo continua ad essere incontrollata, disordinata, non governata. Così scrive ancora l’articolo: “The result is dysfunctional government, says U.B. Singh, an urban-studies professor at the University of Lucknow. The mayor has the power to authorize the building of new roads, but not new bridges — a big problem in a city that flanks a river and is crisscrossed by canals. Despite rapidly falling water tables, there is no single authority empowered to determine when and where residents can drill wells. Private citizens regularly take matters into their own hands and drill for water themselves, further depleting the resources. “There is no concept of city planning, and what does exist only exists on paper,” Mr. Singh says. “Planning has totally failed here.”

Buone notizie per l’autocostruzione, pratica di risposta al disagio abitativo che purtroppo  in Italia non è stata ancora presa seriamente in considerazione. Infatti, a parte qualche positiva esperienza (vedi ad esempio l’attività interessantissima della Cooperativa Alisei di Perugia), nel nostro paese le politiche abitative hanno stentato a rendere più flessibile la loro offerta e ad innovare le pratiche, comprendendo difficilmente alcune azioni alternative a quelle classiche, tra cui l’autocostruzione.

Il problema in un certo senso è culturale, perchè l’autocostruzione viene associata spesso, ingiustamente, a pratiche illegali. Bisogna riconoscere che è una pratica fortemente diffusa nei paesi del Sud del mondo, in quelli meno sviluppati, con livelli di esclusione sociale molto elevati e con forte disagio abitativo, dove molto spesso rientra nelle soluzioni informali al problema casa. Io ho studiato questo fenomeno nella mia esperienza in Brasile, e ho potuto verificare che nelle grandi metropoli è una diffusa pratica del cosiddetto fenomeno dell’ informalità urbana: ad esempio a San Paolo la grande parte dello sviluppo periferico è stato fatto attraverso l’autocostruzione, in forme più o meno irregolari.

autocostruzione da la repubblicaL’autocostruzione rientra invece in quelle pratiche “dal basso” che prevedono il coinvolgimento dei futuri abitanti nella costruzione stessa delle case. Non quindi, o non solo, l’associazione in forma cooperativa dei futuri inquilini, ma la vera e propria prestazione di opera di lavoro manuale per un tot stabilito di ore nella costruzione dell’abitazione. La notizia di oggi è che la Provincia di Parma ha avviato un piano sperimentale per la costruzione di 48 alloggi (vedi la notizia Adnkronos e l’articolo su La Repubblica): “nel giro di tre anni sorgeranno 48 nuovi alloggi grazie a un piano edilizio sperimentale promosso dalla Provincia di Parma in accordo con i Comuni di Fidenza, Langhirano, Torrile, Busseto e Collecchio. All’intervento concorrerà anche la Regione Emilia Romagna, che gli ha assegnato un finanziamento di 400mila euro.”

Mondo di città

sao paulo grattacieliIeri La Repubblica ha pubblicato nella sezione Cultura un intervento di Benjamin Barber che rilancia il tema delle città globali e del ruolo che queste città hanno e possono avere nella governance del pianeta. Barber, politologo americano condierato un guru, lavora sui temi dell’interdipendenza, della partecipazione e della democrazia, ed è divenuto famoso quando nel 1996 ha pubblicato il suo lavoro Jihad vs. McWorld divenuto poi un bestseller.

Nell’articolo di ieri, intitolato “Benvenuti nelle città globali”, Barber affronta la questione della cultura delle città globali, tema che è stato messo in crisi in questi primi anni del millennio connotati dalla paura, come se la riscoperta o il rifugio nel localismo avesse fatto pensare che si potesse tornare indietro rispetto ad un mondo interconnesso, globalizzato e, passatemi il termine, meticcio. Il politologo americano riafferma un ruolo guida in questo mondo delle città globali, sia come cultura che come governo. I cittadini delle città globali iniziano a riconoscersi in esse:”…Un autista di taxi a Londra recentemente mi ha raccontato di aver lavorato a New York, a Nuova Delhi e a Londra e che stava pensando di raggiungere un parente che faceva lo stesso mestiere a Città del Messico. Gli ho chiesto quale paese gli fosse piaciuto di più, ma il tassista sembrava non capire la domanda: aveva vissuto in un mondo fatto di metropoli diverse tra di loro, ma con una familiarità urbana più significativa, per lui, delle differenze nazionali dei singoli paesi a cui queste città appartenevano.”

Barber poi tocca i temi della cittadinanza, della democrazia e della partecipazione, affermando che le città globali sono la struttura portante di un’architettura civica di un mondo globalizzato. Tanto che, come si parla di un mondo di stati o di regioni, si parlerà di un “mondo di città”: “…le città globali possono diventare elementi ancora più solidi e appropriati per alimentare l’ appeal della democrazia globale. Nella prima età della democrazia le città sono nate come piccoli centri e sono prosperate come centri industriali, culturali e commerciali solo nella sua seconda fase. Sono proprio le attività commerciali, comunicative, finanziarie, i sistemi di trasporti e la creatività culturale delle città globali a renderle indispensabili nella prefigurazione della governance globale. Ovviamente queste città non possono essere in sé le basi della rappresentatività, escludendo le comunità rurali o i centri minori dalla partecipazione politica. Tuttavia, sono destinate a occupare un ruolo dominante, rappresentando lo scheletro interconnesso di una politica globale confederata“.

Cipro continua ad essere un’isola divisa, e i risultati delle ultime elezioni nella parte turca non incoraggiano ad essere ottimisti. Vi segnalo l’intervento di tre “grandi” – Desmon Tutu, Jimmy Carter e Lakhdar Brahimi- che esortano a proseguire sulla strada del dialogo e sulla costruzione di un futuro di pace e di condivisione sull’isola.

Nel loro editorialeCyprus’s last and best chance“, pubblicato un paio di giorni fa sul giornale turco online Today’s Zaman, viene evidenziata la difficoltà del momento e vengono indicate alcune questioni da non trascurare per mantenere vivo ed efficace il percorso di pace. L’immagine di Cipro è deformata, perchè metà dell’isola sta progredendo grazie all’ingresso nell’Unione Europea. Ma Cipro è ancora un’area di conflitto e Nicosia è ancora una città divisa. Molto importante quindi mi sembra l’indicazione di costruire legami concreti tra le due comunità, nelle quali intere generazioni sono cresciute senza conoscere minimamente l’altra parte dell’isola. Il muro di Cipro deve essere superato in primo luogo creando conoscenza reciproca, coinvolgendo dal basso le persone nel processo di pace, aumentando la partecipazione politica di giovani e donne, facendo capire che la pace può essere un’opportunità per tutti.

Qui un paio di passaggi dell’articolo:

Cyprus presents visitors with a deceptive image. The sunny climate of the eastern Mediterranean draws a steady stream of tourists, and European Union membership in the south has pushed income levels for Greek Cypriots higher than the EU average. The island might be divided, but life for many is comfortable. However, Cyprus remains a conflict zone: There are still fortified streets in Nicosia, a United Nations peacekeeping operation patrols the buffer zone and there is a substantial Turkish military force in the north“.

(…) “Second, strengthening links between the two communities is essential. The island has been split for so long that generations have grown up with no idea of life on the other side. It is very difficult for schools, law enforcement agencies, soccer clubs and telephone, electricity and water companies to cooperate across the Green Line. Teenagers can’t even send text messages across the divide. Trade between the communities is limited“.

Muri nelle favelas

Un’amica e collega di Roma mi segnala il sito davvero interessante di un’associazione di Rio de Janiero, Observatório de Favelas, che lavora sulla ricerca, consulenza e azione pubblica rispetto al fenomeno delle favelas e alle politiche urbane in generale.

Il sito contiene anche molte analisi e articoli, e un recentissimo editoriale, Muros nas favelas, che commenta la notizia di alcune settimane fa che il governo dello Stato di Rio de Janeiro ha presentato una proposta volta al contenimento di 19 comunità popolari attraverso la costruzione di muri. La motivazione ufficiale è la protezione dell’ambiente, cioè quella di limitare l’espansione di questi insediamenti in zone verdi, naturali e di foresta. Al momento lo stanziamento previsto permetterà la costruzione di 11 Km di muri e l’abbattimento di 550 case.

favelas-muradas-da-folha-onlineLa notizia ha fatto ovviamente il giro del mondo, è apparsa su vari quotidiani ed è stata ripresa da diversi blog. Tra gli altri segnalo un articolo del quotidiano Folha Online, nel quale è pubblicata anche l’immagine qui affianco con la mappa dei muri.

Sebbene questo intervento venga affiancato ad altri interventi di impatto positivo (raccolta rifiuti, accesso a internet,..), paradossalmente la prima favela che vedrà la costruzione di muri è quella di Santa Marta nel quartiere di Botafogo, che, come riportato dall’articolo, non ha registrato alcun incremento territoriale tra il 1998 e il 2008. E’ invece una favela occupata dalla polizia da novembre 2008. E poi è ampiamente dimostrato come anche quartieri di alto livello in tutte le metropoli del Brasile hanno invaso e invadono zone verdi.

Il dibattito è molto acceso a Rio de Janeiro rispetto a questa iniziativa, e l’articolo riporta anche un sondaggio dal quale emerge che i muri sono visti positivamente proprio dalla popolazione più povera. questo sondaggio è però stato contrastato dall’iniziativa dell’associazione degli abitanti della favela Rocinha, la più grande e più famosa di Rio: l’Associação de Moradores da Rocinha ha promosso un referendum nel quale è emerso che la stragrande maggioranza degli abitanti che hanno votato sono contrari alla costruzione di muri.

Il problema deve essere posto in un’ottica più ampia, di poltiche pubbliche contro il disagio e contro l’esclusione sociale, e su questo piano l’iniziativa appare molto debole perchè non affronta né il degrado ambientale nè  il problema abitativo che colpisce gran parte della popolazione. La cosa da sottolineare sono le parole del presidente dell’associazione, Antônio Ferreira, che dice che i muri non sono un problema della sua favela o solo delle favelas ma è un problema di tutta la città di Rio: opporsi alla costruzione di barriere fisiche che impediscono l’accesso a qualsiasi cittadino in qualsiasi parte della città è una questione che riguarda i diritti e che riguarda l’idea stessa di città. “Como afirmou o presidente da Associação da Rocinha, Antônio Ferreira, os muros já não são um problema da sua comunidade apenas, ou de qualquer outra favela. Eles estão colocados para a cidade do Rio de Janeiro. Questionar o cerceamento do acesso de qualquer cidadão a qualquer parte da cidade por meio de barreiras físicas é dever de todos, seja para preservar direitos, seja para preservar a cidade. Os moradores da Rocinha já estão fazendo isso.”

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