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Archive for ottobre 2008

A proposito di Biennale di Architettura di Venezia, nel mio piccolo posso dire di averci partecipato anch’io, nel 2000. Il tema della mostra internazionale era “Città: Less Aesthetics, More Ethics”, e già dal titolo si capisce l’intenzione che c’era di aprire una finestra sul ruolo sociale dell’architetto e sull’influenza del suo lavoro sulla società sill’ambiente, sul futuro delle comunità umane.

Il direttore di quella mostra, Massimiliano Fuksas, aveva promosso anche un’esposizione online, chiamata appunto Expo Online, nella quale aveva raccolto idee, progetti e riflessioni provenienti da diversi settori professionali. I contenuti di quella sezione sono stati poi pubblicati, in inglese, su un volume edito dalla Marsilio.

Appena tornato da San Paolo (dove ho svolto la mia ricerca di dottorato) ho proposto una riflessione sullo sviluppo diseguale della metropoli brasiliana, e il testo con una decina di foto è stato accettato e ospitato nell’Expo Online. Voglio qui riproporre la versione italiana, più lunga di quella inglese poi pubblicata, ricordando che è un testo scritto nel gennaio del 2000 (e mi scuso della lunghezza del post!).

São Paulo nel XXI secolo:tra la conquista del cielo e la conquista della terra

di Gian Matteo Apuzzo

São Paulo è la città del Brasile del XX secolo.

Non lo è Brasilia, chiusa nel suo mito politico e urbano di città unificatrice, e incapace di trovare alternative reali ai noti problemi legati alla crescita metropolitana. L’utopia realizzata di Costa e Nyemeier ha dimostrato che è possibile creare una nuova città ma estremamente più difficile realizzare una città nuova.

Anche Rio de Janeiro è dietro São Paulo. Rio è la città brasiliana per il resto del mondo, è tutto ciò che di brasiliano si cerca. E’ una città però che da tempo stenta a trovare la sua dinamicità e che si anima solo per le feste e per i turisti.

São Paulo, nel corso del XX secolo, più di ogni altra in Brasile ha esercitato il ruolo tipico di città, di centro dinamico funzionale per un intorno sempre più grande, di punto di attrazione per milioni di persone, prima meta d’oltre oceano per chi desiderava “fare fortuna in America”, poi meta interna per i brasiliani che desideravano “fare fortuna in città”.

Lo sviluppo urbano è stato improvviso e rapido, spinto dall’economia legata al caffè e poi dall’industria in espansione, ed ha portato São Paulo, da piccola cittadina di 250.000 abitanti nel 1900, ad essere tra le maggiori metropoli del mondo. Oggi la città è il polo economico finanziario del Brasile se non dell’intero continente sudamericano, e conta circa 11 milioni di abitanti nella capitale e più di 17 nella regione metropolitana. (altro…)

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Eventi: TRIEST(E)?

TRIEST[E]?

La città che (forse) non ti aspetti.
Come la vedono in Europa.
Come la vorrebbero i triestini.

Segnalo questo seminario, che ho contribuito ad organizzare, promosso dall’Associazione “Luoghi Comuni”  e da “Società Futura”, nel quale si vuole provare, come dice il programma dell’evento, a guardare al presente e al futuro di Trieste togliendosi le lenti deformanti degli stereotipi e dei luoghi comuni con i quali siamo abituati a definirla.

Ci sarà un’autorevole voce che legge Trieste dall’interno, Roberto Weber, Presidente SWG, e una altrettanto autorevole voce che legge Trieste dall’esterno, Claudio Minca, geografo della Royal Alloway University of London.

Introduce e coordina Francesco RUSSO, Vicepresidente AREA Science Park

Venerdì 31 ottobre > ore 17.30 > Sala Tessitori (p.zza Oberdan, 5), Trieste

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Segnalo l’evento Mittel Media, organizzato dal magazine Euregio, che si svolgerà tra Trieste e Koper/Capodristria mercoledì 29 ottobre 2008. Il programma prevede durante la giornata un seminario a partire dalle 9, presso la Scuola per Interpreti dell’Università di Trieste, in via Filzi 9 a Trieste (ex Narodni Dom).

Mi sembra un’ottima occasione per parlare di informazione, comunicazione ma anche di futuro dei nostri confini. E infatti il sottotitolo dell’evento è proprio “Pubblicità, giornalismo e comunicazione nel futuro dei nostri confini”.

La sera a Koper/Capodistria è previsto un momento più conviviale, con lettura di poesie, assaggi e degustazioni.

Per il programma completo vedi l’articolo di Bora.La

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Nel blog BerlinRomExpress, con una bellissima foto della Porta di Brandeburgo illuminata, viene segnalato il Festival of Lights di Berlino, un appuntamento ormai classico durante il quale la capitale tedesca si veste di una luce davvero affascinante.

L’appuntamento, tuttora in corso, rientra in un recente filone di attrazione che pone la luce come forma d’arte che si integra con gli spazi delle città, rendendo i palazzi e i manufatti più famosi luoghi di attrazione multiformi e multidimensionali.

Le luci non solo colorano, ravvivano e danno nuovo dinamismo ai luoghi, ma cercano, come forma d’arte, anche di dare messaggi alle nostre città attraverso le città stesse.

Su questo filone segnalo anche l’iniziativa Luci d’Artista a Torino, la cui edizione del 2008 è consultabile sul sito del Comune di Torino, dove si trova anche la Mappa delle Luci per scoprire le varie installazioni. L’iniziativa, giunta ormai alla sua undicesima edizione, ha davvero un fascino particolare e tocca i luoghi più significativi della città con diverse installazioni.

Tra queste segnalo quella di Porta Palazzo, che credo sia uno dei luoghi più interessanti delle città italiane, dove c’è uno dei più bei mercati all’aperto (quello di frutta e verdura, è spettacolare!) e dove da anni è in corso un importantissimo lavoro di recupero, ristrutturazione e integrazione. L’installazione si intitola “Amare le differenze” ed è di Angelo Pistoletto.

E proprio sul Magazine del Corriere di un mese fa veniva riportato lo scambio di vedute sull’illuminazione del Duomo di Milano tra il Sindaco Moratti e la Curia. In un articolo intitolato “Come ti cambio le luci della città”, nel quale si richiamano famose esperienze di illuminazione artistica delle città, la giornalista sottolineava proprio la questione: “illuminare una piazza storica, un monumento, non è solo questione di sicurezza o di visibilità: la luce ha un valore artistico intrinseco...”. Non posso che concordare…

E per chi storce il naso, ritenendo poco adatte delle “luminarie” in luoghi nobili delle nostre città, cito un altro passaggio dell’articolo, nel quale si sottolinea che se si trova la giusta illuminazione e quindi il giusto rapporto luce-architettura, si crea un dialogo tra questi elementi che non solo è rispettoso dei luoghi, ma li esalta. Il grande esperto in questo campo, Alain Guilhot, che non parla di luce artificiale ma di sole notturno, dice: “la luce ha un compito pedagogico, cercare i dettagli dell’architettura che di giorno l’occhio non coglie, e terapeutico, far ritrovare la nozione di bellezza “.

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Abbiamo parlato poco tempo fa di abitare e ri-abitare le città, che è uno dei temi presenti alla Mostra di Architettura della Biennale di Venezia di quest’anno (ancora in corso).

Su questi temi, e legato alle attività della Biennale, segnalo un appuntamento davvero interessante, il seminario “RI-ABITARE LA CITTA’ PUBBLICA. Progetti e strategie per la riqualificazione dei quartieri di edilizia sociale“, che si svolgerà a Venezia tra pochi giorni, il 20 ottobre, presso l’Aula Tafuri, Palazzo Badoer, San Polo 2468 (vedi programma).

Trovo molto interessante l’approccio e da parte mia molto condivisibile il modo come viene trattato il tema della città pubblica come spazio della progettualità, come laboratorio. Credo che sia essenziale che nel concetto di abitare sia presente anche l’idea della progettualità e del protagonismo dei cittadini nella progettazione degli spazi urbani, dello spazio pubblico, degli spazi di vita quotidiana.

Oltre alle motivazioni legate al tema, è con grande piacere che segnalo questo evento perchè ho avuto modo di conoscere bene il gruppo di lavoro del Dipartimento di progettazione architettonica e urbana dell’Università di Trieste (Paola Di Biagi, Alessandra Marin, Elena Marchigiani, relatrici al seminario, e anche Ilaria Garofolo) e fanno davvero attività molto molto belle e importanti (come appunto nella progettazione partecipata nei quartieri di edilizia residenziale pubblica).  Con loro ho collaborato in alcune piccole cose ma significative, di progettazione partecipata e spazi della pluralità e del confine.

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In pochi giorni sono usciti due miei articoli sul sito Osservatorio sui Balcani, per certi aspetti simili ma per altri molto diversi tra loro.

Gli articoli sono ospitati in una interessantissima sezione del sito, AestOvest, che è nata su un progetto che intende “percorre quel ”confine mobile” che molto ha diviso, ma che ora è divenuto più che mai un’opportunità di relazioni“.

Un articolo è sui “segni del confine” a Gorizia, testo che ho condiviso, ma attingendo molto dalle sue ricerche goriziane, con Guido Barella, amico e giornalista attento alle storie del confine. L’articolo tratta delle schizofrenie della storia anche rispetto ai segni, ai simboli del confine, e come questi hanno avuto storie e destini diversi.

“I “segni” parlano, e ci raccontano tutta l’incongruenza di questa realtà “post”, post muro di Berlino, post dissolvimento della Jugoslavia, post tutto.

L’altro articolo è invece sui riti del confine, su Trieste e i suoi miti, “Riti e miti triestini”, nel quale ho messo anche un po’ di miei ricordi, dei passaggi, delle storie di confine. Il senso però è quello di sottolineare come nel vivere il confine Trieste è sempre stata a cavallo tra vicinanza e lontananza, appartenenza e indifferenza, mito e realtà.

La storia è cambiata anche su questo confine e Trieste dovrebbe riuscire a guardare avanti senza rivolgersi solo ai suoi miti:

Allora tra i miti e i riti di confine Trieste deve ancora trovare un suo ruolo nuovo, una dimensione diversa dall’essere confine di contrapposizione. Tutti hanno la propria storia, i propri ricordi, le memorie, ma anche la propria quotidianità che crea ancora vicinanza o lontananza. Il confine ora è caduto e Trieste dovrebbe sforzarsi di essere una città di confine che guarda avanti, che sa fare delle storie personali una storia collettiva.”

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Un muro che cade è sempre una buona notizia. Di questi tempi poi, e considerando dove ciò è avvenuto, non possiamo sottovalutarne la portata e, sebbene forse non cambi le sorti della guerra senza fine, non possiamo non considerarla una notizia straordinaria e incoraggiante.

Oggi molti organi di stampa riportano la notizia che a Baghdad è stato abbattuto un muro che aveva tagliato un quartiere in due. Costruito per dividere una parte sciita da quella sunnita che si stavano violentemente attaccando, ora questo muro che cade rappresenta il primo avvenimento di questo tipo dal 2003 e quindi la notizia è stata accolta con un certo entusiasmo.

La BBC parla di Non-Sectarian Alliance e dedica all’evento una galleria fotografica, In pictures: Baghdad Awakenings. Le comunità riunite festeggiano, nel quartiere di Abu Saifain, sciiti e sunniti di nuovo insieme per le strade, a dare un segnale di speranza di cui si sentiva davvero il bisogno.

Anche perchè le soluzioni prospettate per la cirisi irachena portavano a prevedere, sul modello della Bosnia, una divisione del paese e anche di alcune città. Un recente studio della Brookings Institution di Washington – uno degli istituti più influenti negli Stati Uniti – afferma che per l’Iraq il futuro potrebbe essere basato su una  divisione, una soft partition, in tre zone, sunnita, sciita e curda. Le tre principali città a popolazione mista – Baghdad, Mosul e Kirkuk – verrebbero di fatto divise a cavallo del fiume Tigri, in base ai quartieri etnici esistenti. Il grande problema è Kirkuk, caso che potrebbe divenire dirompente per tutto l’equilibrio del paese. Kirkuk, città multietnica, rivendicata dai curdi, sta già divenendo di fatto una città divisa.

Si può capire quindi quanto la notizia della caduta di uno dei muri di Baghdad sia piena di significato. Il Corriere.it titola proprio così, Al suone delle trombe cade il muro di Baghdad, forse in maniera troppo ottimistica. E’ pur vero che però la durata temporale di questo muro mette un certo ottimismo: basti pensare che, come riporta il Corriere, questi muri, nati sul modello di Belfast, studiato dagli americani, sono stati chiamati, proprio come lì, “Peace Lines“, e che in fondo dall’esperienza della città nord-irlandese si è capito che soluzioni di questo tipo possono ridurre la violenza ma possono rimanere in piedi per lunghi anni.

A Baghdad i muri sono l’arredo urbano, le uniche costruzioni su cui si è investito a pioggia”, scrive il giornalista del Corriere, Michele Farina. Speriamo che questo sia solo il primo che cade.

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