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Archive for aprile 2011

Il Mediterraneo, Lampedusa, Ventimiglia, ma anche il fiume Evros e la regione di Strandza in Bulgaria: ecco i luoghi dove si delineano in forme diverse i nuovi muri d’Europa. Nelle scorse settimane, con gli sbarchi di migliaia di persone che fuggono dall’Africa, abbiamo assistito a un dibattito e a un confronto  che hanno messo in luce una posizione frammentata e contradditoria dell’Euroa rispetto al tema immigrazione. Un’Europa chiusa e divisa al suo interno, indifferente e crudele, in cui si è pronti ad interventi militari ma di gran lunga meno pronti ad affrontare situazioni umanitarie e flussi migratori che ormai attraversano quotidianamente i confini e i territori europei.

Mentre i flussi di persone causati dai cambiamenti epocali del Nord Africa e la guerra in Libia hanno fatto molto rumore e hanno trovato molto spazio sui media, mentre uno stato come la Francia nega il diritto di libero movimento a tutti i cittadini chiudendo una delle maggiori vie di comunicazione sulla linea est-ovest, silenziosamente l’Europa continua a costruire anche muri fisici, per arginare la porosità dei propri confini.

Il punto critico è il confine con la Turchia, attraverso il quale quotidianamente passano moltissime persone provenienti dai paesi più a est. Di un paio di mesi fa è la decisione della Grecia, appoggiata dalla Francia (vedi articolo su EurActive), di costruire una barriera di 12 Km, e alta 5 metri, lungo il fiume Evros, seguita a breve dalla notizia della volontà della Bulgaria innalzare un reticolato di protezione sul vecchio confine della Guerra fredda (in questo caso con la scusa anche della trasmissione di malattie animali, vedi un articolo su WorldBulletin).

Segnalo un bel articolo di Francesco Martino su Osservatorio Balcani Caucaso, Tutti dietro al muro, che evidenzia come dopo i conflitti recenti anche nei Balcani pochi facciano sforzi verso il dialogo ma molti “si affannano ad innalzare muri per tenere “l’altro” a distanza di sicurezza. E neppure l’Unione europea sembra immune da questa tentazione.” Europa muro appunto.

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Innovare non significa solo inventarsi cose nuove ma anche immaginare un uso nuovo di cose già esistenti o un utilizzo diverso di spazi e contentori, e quindi non solo costruire ma anche recuperare. In questo senso da Detroit arriva una proposta innovativa e per certi versi provocatoria, e cioè “ridurre” la città.

Cosa fare quando una città perde popolazione e l’organizzazione dei servizi e dello spazio, compresi i costi, si dimostra sovradimensionata? Mi capita spesso di pensare ad esempio alla mia città, Trieste, ormai da anni in calo demografico ma dove quasi mai nessuno riflette su un concetto di sviluppo che possa conciliare progetti innovativi e revisione degli spazi in modo adeguato alla dimensione demografica. Non si tratta solo di immaginare funzioni nuove, anche se ciò è sempre importante, ma anche strategie di riorganizzazione di spazi e servizi e di revisione funzionale di parti di città.

Detroit’s plan to shrink the city, così si intitola un articolo sul sito SmartPlanet che ci spiega la sfida di fronte cui si trova la città americana: “It’s an unusual role for urban planners: shrinking a city. But it just might help revitalize Detroit“. La città contava una popolazione molto superiore al milione e mezzo che ora nell’ultimo censimento si è ridotta a poco più di 700mila abitanti, con un salto indietro di quasi cento anni. La questione ovviamente è basata anche sulla considerazione della scarsezza delle risorse, che verranno quindi rese più efficenti non solo con una riorganizzazione dei servizi ma anche con una concentrazione di interventi in alcune specifiche aree urbane.

Il problema vero è come bilanciare questa riorganizzazione delle risorse garantendo una qualità di vita dignitosa per tutti, anche per quelle aree urbane non più considerate destinarie di risorse strategiche. The Odd Challenge for Detroits Planners, così la chiama il New York Times in un interessantissimo articolo di Monica Davey: “How to reconfigure roads, bus lines, police districts? How to encourage people — there is no power of eminent domain to force them — to move out of the worst neighborhoods and into better ones? Later this month, a team that includes Ms. Winters is expected to present a proposed — and certain to be highly controversial — map to guide investment in each of the city’s neighborhoods. A final plan for a remade city is expected by year’s end“.

“L’idea più sbagliata è che noi non dobbiamo cambiare”, così ha affermato il sindaco Dave Bing, e il coraggio di cambiare senza nascondersi la realtà del ridimensionamento è forse una scelta vincente più di mille idee di progetti enormi e mai realizzati.

(qui sopra una foto di aree verdi di Detroit ricavate da quartieri dove gli edifici sono stati demoliti, Dai grattacieli alla campagna, abbandonare Detroit da magazine.quotidiano.net)

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“Un muro contro i talebani”, così viene definita la grande barriera costruita dalle truppe statunitensi in Afghanistan, nella provincia meridionale di Kandahar, distretto di Zhari. Lo riporta oggi in un articolo PeaceReporter, che descrive il manufatto e anche l’impatto che ha sul territorio e sulle comunità presenti.

Si tratta di una costruzione di cemento di 80 Km, che corre parallela ad una strada considerata strategica, la “ring road“, per impedire le imboscate dei talebani. Ufficialmente viene definito il muro del commercio e della sicurezza, ma la popolazione locale lo ritiene dannoso perchè taglia in due alcune comunità del territorio  e inutile perchè i talebani comunque trovano vie alternative. E, inoltre, quando piove il muro fa da diga e si creano fenomeni simili ad un’inondazione.

La foto qui affianco di questo nuovo muro, a Concrete barriers dubbed the “Great wall of Kandahar”, si trova sul sito dell’ Afghanistan Study Group, dove viene presentato anche il documento sulla nuova strategia statunitense nel paese, A New Way Forward.

Il contigente americano lo definisce una scelta obbligata. Come sempre però la costruzione di un muro dimostra il fallimento di una politica e di una strategia.

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In questi giorni si sta svolgendo il censimento in alcuni paesi balcanici e le tensioni tra i diversi gruppi nazionali emergono con forza, soprattutto in alcuni territori. In particolare in Kosovo e Montenegro ci sono tensioni che sono dimostrate da “scontri” verbali quasi quotidiani.

Un articolo di Predrag Milic di Associated Press, Montenegro Kosovo census ethnically tense, ci ricorda che per i due paesi è il primo censimento dopo l’indipendenza, mentre per la Croazia si tratta del secondo censimento (vedi articolo di AP). In Montenegro i politici serbi hanno accusato la parte montenegrina di una campagna aggressiva nei confronti dei serbi, sfociato in alcuni casi di “assimilazione violenta” di comunità nazionali serbe.

Per quanto riguarda il Kosovo invece la Serbia ha chiesto ufficialmente il boicottaggio del censimento, con una presa di posizione della Commissione parlamentare per il Kosovo (vedi notizia su B92). “Serbs should not respond to the census organized by the interim Kosovo institutions“, ha affermato ieri il Ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanović, come riportato ancora in un articolo su B92. La posizione serba si basa sul non riconoscimento delle istituzioni kosovare, e la conseguente richiesta che il censimento sia effettuato dalle Nazioni Unite.

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Una nuova proposta arriva, e suona come una forte provocazione, nella situazione di contrapposizione in Belgio tra valloni e fiamminghi, che sembra sempre più irrisolvibile.
Oltre alle due regioni della Vallonia e delle Fiandre, esiste infatti l’area della capitale che forma un ente autonomo, la Regione di Brussels Capitale appunto.
Il sito Euroactive riporta il fatto che ora, di fronte all’impossibilità di trovare una soluzione e di formare un gorveno, la parte vallone (di lingua francese) passa al piano B: immaginare una futura federazione tra Vallonia e Bruxelles.

In realtà esiste già la Comunità Francese del Beglio che riunisce la due entità, ma il problema sta proprio nel passare da “Community” a “Federation”, cioè un’entità politco-amministrativa con un unico parlamento.

Le reazioni fiamminghe sono state contradditorie, quasi a dimostrare che in fondo tale provocazione è grave ma rientra nelle divisioni attuali del Belgio, che presenta una situazione ormai incancrenita.

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