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Archive for maggio 2009

Le megalopoli minacciano di soffocare l’India. Appena conclusa la tornata elettorale più grande della storia dell’India, le riflessioni sulla realtà di quel paese si susseguono, e tra queste  un articolo del Wall Street Journal, che ho ascoltato e poi letto nella rassegna stampa dei quotidiani esteri di Radio 3 ieri mattina (13/05/09), affronta il problema della rapida e problematica crescita urbana.

I giornalisti Patrick Barta e Krishna Pokharel nel loro articolo Megacities Threaten to Choke India dimostrano come i temi maggiori della discussione pubblica durante le elezioni siano stati il ralletntamento dell’economia, il terrorismo e la povertà rurale, ma il vero problema emergente nell’India attuale è l’esplosione urbana. Questa non è un fenomeno nuovo, o almeno non iniziato negli ultimi anni, ma la prepoccupazione è che molte città stanno raggiungendo rapidamente dimensioni di metropoli o megalopoli riproponendo gli stessi problemi delle due città simbolo della crescita degli anni ’70 e ’80, Mumbai e Calcutta, divenute globalmente sinonimo di povertà. (altro…)

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Buone notizie per l’autocostruzione, pratica di risposta al disagio abitativo che purtroppo  in Italia non è stata ancora presa seriamente in considerazione. Infatti, a parte qualche positiva esperienza (vedi ad esempio l’attività interessantissima della Cooperativa Alisei di Perugia), nel nostro paese le politiche abitative hanno stentato a rendere più flessibile la loro offerta e ad innovare le pratiche, comprendendo difficilmente alcune azioni alternative a quelle classiche, tra cui l’autocostruzione.

Il problema in un certo senso è culturale, perchè l’autocostruzione viene associata spesso, ingiustamente, a pratiche illegali. (altro…)

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sao paulo grattacieliIeri La Repubblica ha pubblicato nella sezione Cultura un intervento di Benjamin Barber che rilancia il tema delle città globali e del ruolo che queste città hanno e possono avere nella governance del pianeta. Barber, politologo americano condierato un guru, lavora sui temi dell’interdipendenza, della partecipazione e della democrazia, ed è divenuto famoso quando nel 1996 ha pubblicato il suo lavoro Jihad vs. McWorld divenuto poi un bestseller.

Nell’articolo di ieri, intitolato “Benvenuti nelle città globali”, Barber affronta la questione della cultura delle città globali, tema che è stato messo in crisi in questi primi anni del millennio connotati dalla paura, come se la riscoperta o il rifugio nel localismo avesse fatto pensare che si potesse tornare indietro rispetto ad un mondo interconnesso, globalizzato e, passatemi il termine, meticcio. Il politologo americano riafferma un ruolo guida in questo mondo delle città globali, sia come cultura che come governo. (altro…)

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Cipro continua ad essere un’isola divisa, e i risultati delle ultime elezioni nella parte turca non incoraggiano ad essere ottimisti. Vi segnalo l’intervento di tre “grandi” – Desmon Tutu, Jimmy Carter e Lakhdar Brahimi- che esortano a proseguire sulla strada del dialogo e sulla costruzione di un futuro di pace e di condivisione sull’isola.

Nel loro editorialeCyprus’s last and best chance“, pubblicato un paio di giorni fa sul giornale turco online Today’s Zaman, viene evidenziata la difficoltà del momento e vengono indicate alcune questioni da non trascurare per mantenere vivo ed efficace il percorso di pace. L’immagine di Cipro è deformata, perchè metà dell’isola sta progredendo grazie all’ingresso nell’Unione Europea. Ma Cipro è ancora un’area di conflitto e Nicosia è ancora una città divisa. (altro…)

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Un’amica e collega di Roma mi segnala il sito davvero interessante di un’associazione di Rio de Janiero, Observatório de Favelas, che lavora sulla ricerca, consulenza e azione pubblica rispetto al fenomeno delle favelas e alle politiche urbane in generale.

Il sito contiene anche molte analisi e articoli, e un recentissimo editoriale, Muros nas favelas, che commenta la notizia di alcune settimane fa che il governo dello Stato di Rio de Janeiro ha presentato una proposta volta al contenimento di 19 comunità popolari attraverso la costruzione di muri. La motivazione ufficiale è la protezione dell’ambiente, cioè quella di limitare l’espansione di questi insediamenti in zone verdi, naturali e di foresta. Al momento lo stanziamento previsto permetterà la costruzione di 11 Km di muri e l’abbattimento di 550 case.

favelas-muradas-da-folha-onlineLa notizia ha fatto ovviamente il giro del mondo, è apparsa su vari quotidiani ed è stata ripresa da diversi blog. Tra gli altri segnalo un articolo del quotidiano Folha Online, nel quale è pubblicata anche l’immagine qui affianco con la mappa dei muri.

Sebbene questo intervento venga affiancato ad altri interventi di impatto positivo (raccolta rifiuti, accesso a internet,..), paradossalmente la prima favela che vedrà la costruzione di muri è quella di Santa Marta nel quartiere di Botafogo, che, come riportato dall’articolo, non ha registrato alcun incremento territoriale tra il 1998 e il 2008. E’ invece una favela occupata dalla polizia da novembre 2008. E poi è ampiamente dimostrato come anche quartieri di alto livello in tutte le metropoli del Brasile hanno invaso e invadono zone verdi.

Il dibattito è molto acceso a Rio de Janeiro rispetto a questa iniziativa, e l’articolo riporta anche un sondaggio dal quale emerge che i muri sono visti positivamente proprio dalla popolazione più povera. questo sondaggio è però stato contrastato dall’iniziativa dell’associazione degli abitanti della favela Rocinha, la più grande e più famosa di Rio: l’Associação de Moradores da Rocinha ha promosso un referendum nel quale è emerso che la stragrande maggioranza degli abitanti che hanno votato sono contrari alla costruzione di muri.

Il problema deve essere posto in un’ottica più ampia, di poltiche pubbliche contro il disagio e contro l’esclusione sociale, e su questo piano l’iniziativa appare molto debole perchè non affronta né il degrado ambientale nè  il problema abitativo che colpisce gran parte della popolazione. La cosa da sottolineare sono le parole del presidente dell’associazione, Antônio Ferreira, che dice che i muri non sono un problema della sua favela o solo delle favelas ma è un problema di tutta la città di Rio: opporsi alla costruzione di barriere fisiche che impediscono l’accesso a qualsiasi cittadino in qualsiasi parte della città è una questione che riguarda i diritti e che riguarda l’idea stessa di città. “Como afirmou o presidente da Associação da Rocinha, Antônio Ferreira, os muros já não são um problema da sua comunidade apenas, ou de qualquer outra favela. Eles estão colocados para a cidade do Rio de Janeiro. Questionar o cerceamento do acesso de qualquer cidadão a qualquer parte da cidade por meio de barreiras físicas é dever de todos, seja para preservar direitos, seja para preservar a cidade. Os moradores da Rocinha já estão fazendo isso.”

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da-bnporguk-files-2008-12-swedish-riotsDopo le banlieues parigine, con i loro scontri di alcuni anni fa, ora tocca alla Svezia. Sono diversi mesi che a Malmö si vive una situazione di emergenza urbana e sociale, un nuovo capitolo in Europa del fenomeno delle periferie urbane in fiamme, che fa emergere non solo una questione contingente di violenza ma un vero e proprio problema di integrazione. In Svezia la cosa sorprende ancora di più, anche se il ghetto ribelle è quello di Rosengard, nella periferia orientale di Malmö, una delle periferie urbane più famose del paese (divenuto ampiamente conosciuto anche perchè luogo d’infanzia del calciatore Ibrahimovic), luogo che ha cambiato radicalmente composizione sociale in anni di forte immigrazione.

Oggi un articolo su Corriere.it riassume i fatti degli ultimi mesi e la situazione di emrgenza che si è creata, e mette in luce la crisi non solo di una città e di una sua parte, ma di un modello di integrazione come quello svedese che sembrava essere tra i migliori in Europa. Il giornalista Paolo Salom scrive nell’articolo:

“Periferia orientale di Malmö. Palazzi gettati come mattoncini a formare isole tanto ordina­te quanto slegate l’una dall’altra, cemento a vi­sta: uno dei tanti progetti che, sulla carta, ne­gli anni Sessanta e Settanta, dovevano risolve­re una volta per tutte il «problema casa» della classe operaia più viziata d’Europa. Oggi i lavo­ratori svedesi sono una minoranza minacciata più dall’incedere dell’immigrazione islamica che dalla crisi economica. «Non c’è più posto per noi», spiega con un sorriso a mezza bocca Anders Püschel, al momento «disoccupato». Non c’è più posto per nessuno, a giudicare da­gli ultimi eventi.”

(…)Malmö, terza città della Svezia, capoluogo della prospera Scania, porto sull’Öresund con un passato di traffici che non torneranno più, ha 270 mila abitanti, centomila dei quali stra­nieri, per lo più concentrati a Rosengard e din­torni. Come dire, un residente su tre è musul­mano. Molti vengono dai Balcani, dall’Africa, dall’Asia centrale. «Ci sono cento e più nazio­nalità nel quartiere — spiega Stefan Alfelt, cor­rispondente locale di Aftonbladet, uno dei principali quotidiani nazionali —. Pochi di lo­ro hanno un’occupazione. In alcune zone i sen­za lavoro sono addirittura l’86% degli adulti. I giovani crescono osservando i genitori che vi­vono di carità pubblica. Sanno di essere senza speranza e si comportano di conseguenza: fan­no la guerra». Curiosamente, non è un conflit­to «Rosengard contro gli altri». «Gli scontri ra­ramente superano i confini del quartiere — di­ce ancora Alfelt —. È una guerra civile locale: tutti contro tutti»”

rosengard-polizia-da-the-localseDa diversi mesi Rosengard è diventata campo di battaglia, con continui roghi, un gioco distruttivo nel quale i bersagli principali sono i vigili del fuoco e gli agenti di polizia. La situazione è sfuggita di mano e con grande difficoltà si cerca di arginare almeno la violenza. Alcuni articoli in inglese si trovano sul giornale svedese online The Local, che ci aggiorna in maniera puntuale su quanto sta accadendo, fino alla richiesta di coprifuoco proprio di questi giorni. Come detto sopra, il grande interrogativo ora riguarda il modello di integrazione, che viene affrontato sempre in un articolo di The Local, “Rosengård: Integration in the eye of the storm“. Per capire il grado di segregazione socio-spaziale basterebbe la domanda di un giovane immigrato riportata nell’articolo:“How does society expect us to integrate when we are so segregated?” asks Sami Touman, a 21-year-old mechanical engineer student whose family comes from Gaza.

L’articolo del Corriere, riportando la “preoccupante” tranquillità del sindaco, chiude con una domanda che vale per tutte le città e per la nostra società in generale: “Il modello sociale svedese? «Non spetta a me interpretare la politica del governo», ci ha detto il sindaco Ilmar Reepalu, socialdemocratico, facendo in­tendere che lui, la sua città, vuole continuare ad amministrarla come se il welfare scandina­vo non fosse superato dalla realtà. Certo «dob­biamo iniziare a progettare qualcosa di diver­so. Ne va della tranquillità di tutti». Solo una questione di ordine pubblico, allo­ra?“.

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