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Sono passati quattro anni dall’uragano Katrina e New Orleans si guarda allo specchio cercando di capire a che punto è la ricostruzione. Questo anniversario ha trovato molta copertura nei media statunitensi e, per chi volesse comprendere la situazione della città sono disponibili report, dati e molti articoli. Io ve ne segnalo qui sotto alcuni.

New Orleans-KATRINA Chicago TribuneLa cosa che trovo davvero positiva degli americani è che la ricostruzione è monitorata seriamente, e sono disponibili aggiornamenti periodici con report e dati. Si possono seguire i trend anno per anno e capire quindi, ad esempio, anche le dinamiche che intrecciano le conseguenze del disastro dell’uragano Katrina, la ricostruzione e la crisi attuale.

Sicuramente sui media c’è molta attesa rispetto a quanto farà Obama nel suo mandato, perché tutti ricorderanno che la tragedia di New Orleans fu uno dei punti più bassi della popolarità di Bush (forse il peggiore momento, al di là delle questioni belliche). Altrettanto vero è il fatto che l’America si trovò quasi sorpresa a scoprire i poveri in casa sua, e a scoprire  una città divisa, e che anche nelle tragedie esiste un’America ricca, concentrata in una “città alta”, che in fondo se l’è cavata e un’America povera rilegata in una “città bassa”, inondata e spazzata via.

A quattro anni di distanza la città presenta chiaro-scuri, con il paradosso che è una città che ha sofferto poco della crisi perché gran parte delle attività sono di costruzione immobiliare, edilizia e lavori pubblici. Le percentuali di zone e case recuperate e abitate sono ovviamente salite con un rallentamento della crescita però nell’ultimo periodo.

new orleans new york timesInteressanti sono gli articoli e le tabelle pubblicati, tra i quali, per chi avesse piacere o interesse ad approfondire, segnalo quello Chicago Tribune, con una mappa del Recovery in New Orleans molto chiara. Altre tabelle interessanti sono pubblicate dal The New York Times, con un articolo che si apre con una domanda che fa capire lo spirito con cui guarda al nuovo Presidente: “This year, the Gulf Coast’s recovery from Hurricane Katrina has become President Obama’s responsibility. How bad a situation has he inherited?”

Un report periodico molto preciso e aggiornato sui dati è The New Orleans Index, che viene pubblicato grazie al lavoro del Metropolitan Policy Program della Brookings Institution e del Greater New Orleans Community data Center. L’introduzione al numero del quarto anniversario, scaricabile dai siti dei due istituti, è già programmatica:  “Though New Orleans has been somewhat shielded from the recession due to substantial rebuilding activity, four years after Katrina the region still faces major challenges due to blight, unaffordable housing, and vulnerable flood protection. New federal leadership must commit and sustain its partnership with state and local leaders by delivering on key milestones in innovation, infrastructure, human capital, and sustainable communities to help greater New Orleans move past “disaster recovery” and boldly build a more prosperous future.”

Ora la sfida per New Orleans sembra essere quella di ricostruire un’identità oltre che riparare il disastro. Per concludere voglio riportare proprio le parole di AMY LIU, deputy director of the Metropolitan Policy Program, con cui si conclude l’articolo citato del New York Times: “President Obama’s biggest challenge is to work effectively with Louisiana officials and the next mayor of New Orleans to generate enough progress before next August to show that the city is truly reinventing itself, rather than simply returning to a suboptimal normal.”

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Un muro che cade è sempre una buona notizia. Di questi tempi poi, e considerando dove ciò è avvenuto, non possiamo sottovalutarne la portata e, sebbene forse non cambi le sorti della guerra senza fine, non possiamo non considerarla una notizia straordinaria e incoraggiante.

Oggi molti organi di stampa riportano la notizia che a Baghdad è stato abbattuto un muro che aveva tagliato un quartiere in due. Costruito per dividere una parte sciita da quella sunnita che si stavano violentemente attaccando, ora questo muro che cade rappresenta il primo avvenimento di questo tipo dal 2003 e quindi la notizia è stata accolta con un certo entusiasmo.

La BBC parla di Non-Sectarian Alliance e dedica all’evento una galleria fotografica, In pictures: Baghdad Awakenings. Le comunità riunite festeggiano, nel quartiere di Abu Saifain, sciiti e sunniti di nuovo insieme per le strade, a dare un segnale di speranza di cui si sentiva davvero il bisogno.

Anche perchè le soluzioni prospettate per la cirisi irachena portavano a prevedere, sul modello della Bosnia, una divisione del paese e anche di alcune città. Un recente studio della Brookings Institution di Washington – uno degli istituti più influenti negli Stati Uniti – afferma che per l’Iraq il futuro potrebbe essere basato su una  divisione, una soft partition, in tre zone, sunnita, sciita e curda. Le tre principali città a popolazione mista – Baghdad, Mosul e Kirkuk – verrebbero di fatto divise a cavallo del fiume Tigri, in base ai quartieri etnici esistenti. Il grande problema è Kirkuk, caso che potrebbe divenire dirompente per tutto l’equilibrio del paese. Kirkuk, città multietnica, rivendicata dai curdi, sta già divenendo di fatto una città divisa.

Si può capire quindi quanto la notizia della caduta di uno dei muri di Baghdad sia piena di significato. Il Corriere.it titola proprio così, Al suone delle trombe cade il muro di Baghdad, forse in maniera troppo ottimistica. E’ pur vero che però la durata temporale di questo muro mette un certo ottimismo: basti pensare che, come riporta il Corriere, questi muri, nati sul modello di Belfast, studiato dagli americani, sono stati chiamati, proprio come lì, “Peace Lines“, e che in fondo dall’esperienza della città nord-irlandese si è capito che soluzioni di questo tipo possono ridurre la violenza ma possono rimanere in piedi per lunghi anni.

A Baghdad i muri sono l’arredo urbano, le uniche costruzioni su cui si è investito a pioggia”, scrive il giornalista del Corriere, Michele Farina. Speriamo che questo sia solo il primo che cade.

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