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Archive for the ‘Politiche urbane’ Category

Ho sempre sostenuto che Torino è una delle città dove si sperimenta di più. Una nuova conferma arriva da questa iniziativa estremamanete interessante, che coniuga innovazione tecnologica, educazione, partecipazione e cittadinanza, e che segnalo mentre si sta già svolgendo proprio in questi giorni.

Performing Media, si svolge appunto a Torino il 14 e 15 aprile, e viene definita un’occasione per sperimentare esperienze educative e partecipative per la cittadinanza interattiva. L‘articolo su La Stampa che ne riporta la notizia ci dice che lo scopo è quello di “…approfondire i temi dell’innovazione, focalizzando l’attenzione sull’uso educativo, creativo e sociale delle tecnologie digitali. E’ in questo senso che il neologismo performing media definisce l’azione, il mettersi in gioco, la partecipazione, l’apprendimento al tempo del web 2.0“.

L’evento è organizzato da Urban Experience, Acmos e Xmedialab di Torino, con Libera e gli Stati Generali dell’Innovazione.

Una delle attività più interessanti è il Walk Show, cioè una passeggiata radioguidata che esplora alcuni luoghi simbolici della città-laboratorio torinese. Per un approfondimento del Walk Show di oggi 14 aprile vi invito a leggere il post su Urban Experience

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La USP (Universidade de São Paulo) ha lanciato un progetto chiamato Arquigrafia, una piattaforma digitale collaborativa sull’architettura. Coordinata dalla Facoltà di Architettura e Urbanistica (FAU), la piattaforma metterà a disposizione un numero considerevole di immagini fotografiche, a partire proprio dallìarchivio digitale della FAU-USP,

Arquigrafia è dedicata “…aos estudiosos das cidades, das construções e da memória. Dedicado a disponibilizar o registro fotográfico da arquitetura em todo o país e suas modificações ao longo do tempo, o site contará com o acervo digital de 37 mil slides da Faculdade de Arquitetura e Urbanismo da USP (FAU), inseridos gradualmente.”

La piattaforma, che all’inizio sarà appunto basata principalmente su materiale fotografico, sarà aperta a tutti, previa registrazione con l’invio di una email alla FAU. Un articolo di spiegazione e le informazioni le potete troavre qui.

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Innovare non significa solo inventarsi cose nuove ma anche immaginare un uso nuovo di cose già esistenti o un utilizzo diverso di spazi e contentori, e quindi non solo costruire ma anche recuperare. In questo senso da Detroit arriva una proposta innovativa e per certi versi provocatoria, e cioè “ridurre” la città.

Cosa fare quando una città perde popolazione e l’organizzazione dei servizi e dello spazio, compresi i costi, si dimostra sovradimensionata? Mi capita spesso di pensare ad esempio alla mia città, Trieste, ormai da anni in calo demografico ma dove quasi mai nessuno riflette su un concetto di sviluppo che possa conciliare progetti innovativi e revisione degli spazi in modo adeguato alla dimensione demografica. Non si tratta solo di immaginare funzioni nuove, anche se ciò è sempre importante, ma anche strategie di riorganizzazione di spazi e servizi e di revisione funzionale di parti di città.

Detroit’s plan to shrink the city, così si intitola un articolo sul sito SmartPlanet che ci spiega la sfida di fronte cui si trova la città americana: “It’s an unusual role for urban planners: shrinking a city. But it just might help revitalize Detroit“. La città contava una popolazione molto superiore al milione e mezzo che ora nell’ultimo censimento si è ridotta a poco più di 700mila abitanti, con un salto indietro di quasi cento anni. La questione ovviamente è basata anche sulla considerazione della scarsezza delle risorse, che verranno quindi rese più efficenti non solo con una riorganizzazione dei servizi ma anche con una concentrazione di interventi in alcune specifiche aree urbane.

Il problema vero è come bilanciare questa riorganizzazione delle risorse garantendo una qualità di vita dignitosa per tutti, anche per quelle aree urbane non più considerate destinarie di risorse strategiche. The Odd Challenge for Detroits Planners, così la chiama il New York Times in un interessantissimo articolo di Monica Davey: “How to reconfigure roads, bus lines, police districts? How to encourage people — there is no power of eminent domain to force them — to move out of the worst neighborhoods and into better ones? Later this month, a team that includes Ms. Winters is expected to present a proposed — and certain to be highly controversial — map to guide investment in each of the city’s neighborhoods. A final plan for a remade city is expected by year’s end“.

“L’idea più sbagliata è che noi non dobbiamo cambiare”, così ha affermato il sindaco Dave Bing, e il coraggio di cambiare senza nascondersi la realtà del ridimensionamento è forse una scelta vincente più di mille idee di progetti enormi e mai realizzati.

(qui sopra una foto di aree verdi di Detroit ricavate da quartieri dove gli edifici sono stati demoliti, Dai grattacieli alla campagna, abbandonare Detroit da magazine.quotidiano.net)

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Possibile pensare a Rio de Janeiro senza favelas? Possibile riuscire davvero a cambiare faccia alle metropoli del Brasile? Così è nelle intenzioni del Presidente Lula, anche se sembra un “sogno” legato  alle possibilità che danno le grandi manifestazioni sportive che la metropoli carioca ospiterà nei prossimi anni.

Vi segnalo su questo l’articolo che pochi giorni fa ha pubblicato il Sole24Ore dal titolo “Favelas addio? Lula cambia faccia a Rio” , con un bel reportage di Roberto Da Rin.

Scrive Da Rin: “È una di quelle sfide epocali che solo un Paese come il Brasile puó annunciare. Non solo rifondare, riprogettare una grande cittá, ma ripensare al modo di essere e di vivere di 12 milioni di abitanti. Immaginare una nuova “cosa”: Rio de Janeiro mondata dalle sue infamie. Senza favelas, senza narcotraffico, una rinascita per le 165 cittá-nella-cittá che negli ultimi cent’anni si sono moltiplicate davanti, dietro e a fianco del Cristo Redentore. Abbattere, ricostruire, fornire una rete elettrica e idrica. Non è un sogno, è un progetto politico, infrastrutturale e sociale che il sindaco di Rio, il giovane Eduardo Paes, 40 anni, lancia con l’aiuto di Lula, il presidente-operaio che l’anno prossimo terminerá trionfalmente il suo secondo mandato e che oggi veleggia sopra l’80% di consensi.
Paes, per pragmatismo, non vuol sentire parlare di utopia, ma di progetto
.”

Un grande piano urbanistico che dovrebbe cambiare faccia a Rio de Janeiro e di conseguenza al Brasile intero, tra sogni e azioni concrete. I grandi appuntamenti, Mondiali di calcio 2014 e Olimpiadi 2016, rappresentano cenrto una grande opportunità per il Brasile, con gli ingenti finanziamenti che arriveranno, ma anche un rischio, perchè tutti gli occhi del mondo saranno puntati sul paese e sui suoi contrasti.

In questi anni a Rio ci sono state molte iniziative nel settore dell’abitazione e del recupero urbano e sociale di quartieri degradati, promosse e sostenute dalla Secretaria Municipal de Habitação della Prefettura della città (vedi sito), alcune delle quali inserite nel Programa de Aceleração do Crescimento (PAC – vedi mappa ), altre nel programma Favela-Bairro (vedi mappa).

Al di là dei sogni, a Rio de Janeiro una nuova politica urbana rispetto alle favelas e agli insediamenti illegali è già iniziata: ad esempio è stato stabilito che 119 favelas saranno completamente rimosse entro la fine del 2012, su una lista stabilita dalla Prefettura di Rio de Janeiro, favelas situate in zone a rischio ambientale.  Certo è che circa 2, 34 milioni di metri quadrati “liberati” verranno destinati alla costruzione di campi da gioco in vista delle Olimpiadi del 2016. La Prefettura di Rio afferma che tutti gli abitanti delle favelas rimosse potranno scegliere una casa alternativa, ma le azioni messe in campo non sempre sembrano avere l’obiettivo di dare un’abitazione dignitosa a tutti gli abitanti della metropoli.

Scegliere tra rimozione e contenimento delle favelas è una falsa questione, almeno finchè non vengono attuate delle vere politiche di cittadinanza e di accesso all’abitazione adeguate alla realtà della città e del paese, come afferma in un editoriale Jorge Luiz Barbosa, coordinatore dell’  Observatório de Favelas: “… deve-se considerar o acesso à moradia como uma política pública mais ampla do que construir unidades habitacionais, pois além da infra-estrutura necessária de saneamento e transporte, é indispensável incluir ações de geração de trabalho e renda, assim como os investimentos em serviços educacionais e culturais, para os espaços populares já consolidados e os em consolidação. Trata-se, portanto, de política urbana democrática e transformadora, pois permitirá que direitos fundamentais sejam reparados e assegurados, sobretudo para as comunidades marcadas pela desigualdade sócio-territorial. É papel do Estado – com a participação democrática da sociedade civil – promover políticas públicas de integração da cidade como um todo. Eis a questão!

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Spesso si parla di città e futuro, e tra visioni immaginifiche, mega-progetti e innovazioni tecno-urbane anche in questo blog ne abbiamo parlato più volte. Ora viene pubblicata una serie di articoli molto interessanti, perchè partono da casi concreti di città medio-piccole, e non da grandi scenari “visionari”.

cittàfuture_iodonnaInfatti dal numero della scorsa settimana “Io Donna” ha iniziato a pubblicare una serie di articoli sulle città del futuro, guardando però non alle metropoli e alle grandi città del mondo ma alle città di medie dimensioni che riescono ad emergere coniugando successo e sostenibilità. La vera sfida, dice il magazine, riguarda le città di piccola-media grandezza, e così, attraverso un team di esperti, ne ha selezionate 12 che stanno emergendo per capacità economica, culturale, tecnologica, organizzativa

La prima città presentata, è stata Pittsburgh, scelta da Obama come sede dell’imminente G20. Tanto che l’articolo, pubblicato anche su Corriere.it, inizia proprio citando la sorpresa dei cronisti all’annuncio della scelta della città per l’importante appuntamento internazionale, città famosa quasi esclusivamente per il suo passato industriale: “Il succo della storia sta tutto in una risata; quella che è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che il presidente aveva scelto Pittsburgh come sede del G20, il 24 settembre. Dopo Pechino, Berlino, Londra… gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti a Pittsburgh? Possibile – si saranno chiesti – che Obama si riferisca proprio a quella città della Pennsylvania che fu, buonanima, la capitale mondiale dell’acciaio e che poi, con il tracollo dell’industria pesante, nei primi Ottanta, è diventata il simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost cities, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rost Belt?

La domanda è “come si fa” a passare dall’essere simbolo dell’industria tradizionale in crisi a nuovo centro di sviluppo dell’economia della conoscenza: “…dal nulla grigio e vuoto della galleria al faccia a faccia micidiale con down town Pittsburgh, piazzato lì come una prua scintillante in mezzo a tre fiumi, una Manhattan lilliput dai colori pa stello – insomma quando hai questo frontale da amore a prima vista – è matematico che ti domandi con la bocca aperta: ma come hanno fatto a tenere nascosta una cosa bella così? Che segreto custodisce questa gente?

Pittsburgh, 310mila abitanti, conserva ancora il soprannome di “Steel city”, ma gli investimenti in formazione, conoscenza e innovazione hanno creato una svolta positiva che ha rilanciato la città. Gli investimenti privati sono stati determinanti, ma  occorre sottolineare la volontà politica “illuminata” che ha sostenuto questo processo, guarda caso con il Sindaco più giovane d’America, Luke Ravenstahl, 29 anni: «…hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che hanno fatto man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato». Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc spiega così la diversità e quindi la personalità tosta di Pittsburgh: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai».

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Sono a stato a Venezia, per puro svago, e nella solita folla di una domenica veneziana (per di più giorno della regata storica) pensavo a come sia difficile davvero conciliare le necessità di una città-museo, città-cartolina che vive per i turisti, e le necessità invece del vivere quotidiano degli abitanti.

Siccome ritengo che oggettivamente sia di difficile soluzione questa conciliazione, trovo sempre strumentali le polemiche sulla presunta immagine di Venezia “svenduta” ai privati e ai turisti, come se davvero Venezia potesse vivere senza essere “messa in vendita”. Eppure l’impatto che ho avuto al Ponte dei Sospiri mi mette davvero molti dubbi.

venezia_sospiri_restaurocoinNella polemica di pochi giorni fa, che ha visto coinvolti il Sindaco di Venezia Cacciari e il ministro Brunetta, al di là delle implicazioni personali della questione, trovavo fondato il problema sollevato dal Sindaco, e cioè che in una città come Venezia, che ha bisogno di molte risorse per essere curata, restaurata, e che deve rimanere attraente, se i soldi non possono venire dall’Amministrazione pubblica è giusto che si cerchino dai privati. E così Venezia ha venduto molte “superfici” ad aziende che vi hanno installato pubblicità.

Fino a qui, nulla di strano, a parte la dimensione di qualche pannello. Però ciò che ho visto al Ponte dei Sospiri secondo me va oltre. Come testimoniano le foto che qui riporto, in pratica il luogo del ponte è stato ceduto completamente ad una azienda, che ne ha fatto uno spazio diverso, uno spazio suo, una pubblicità.  Non più i muri esterni dei palazzi storici con incastonato il Ponte dei Sospiri, ma questo dentro ad una pubblicità. Insomma, non un marchio dato ad uno spazio, ma uno spazio dato ad un marchio.

venezia_sospiri_restaurocoin2Come riportato sulle stesse pareti di questo spazio “rinnovato”, tale azienda con questo investimento aiuta il restauro del Palazzo Ducale. E, sono consapevole, forse questa è stata l’unica strada per reperire i fondi. Sono molto diffuse ormai le coperture delle ristrutturazioni dei palazzi che riportano pubblicità, ma in generale, in luoghi di pregio storico-architettonico, di solito si cerca di riportare l’immagine di ciò che è coperto. In questo caso il luogo è proprio modificato, è a tutti gli effetti una pubblicità con dentro l’immagine del Ponte dei Sospiri.

Non sono io con questo post a risolvere il problema del reperimento di risorse per gli enti pubblici, e quindi capisco la difficoltà e l’opportunità data dai privati. Capisco la necessità, ma in questo caso i dubbi mi rimangono..

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Sono passati quattro anni dall’uragano Katrina e New Orleans si guarda allo specchio cercando di capire a che punto è la ricostruzione. Questo anniversario ha trovato molta copertura nei media statunitensi e, per chi volesse comprendere la situazione della città sono disponibili report, dati e molti articoli. Io ve ne segnalo qui sotto alcuni.

New Orleans-KATRINA Chicago TribuneLa cosa che trovo davvero positiva degli americani è che la ricostruzione è monitorata seriamente, e sono disponibili aggiornamenti periodici con report e dati. Si possono seguire i trend anno per anno e capire quindi, ad esempio, anche le dinamiche che intrecciano le conseguenze del disastro dell’uragano Katrina, la ricostruzione e la crisi attuale.

Sicuramente sui media c’è molta attesa rispetto a quanto farà Obama nel suo mandato, perché tutti ricorderanno che la tragedia di New Orleans fu uno dei punti più bassi della popolarità di Bush (forse il peggiore momento, al di là delle questioni belliche). Altrettanto vero è il fatto che l’America si trovò quasi sorpresa a scoprire i poveri in casa sua, e a scoprire  una città divisa, e che anche nelle tragedie esiste un’America ricca, concentrata in una “città alta”, che in fondo se l’è cavata e un’America povera rilegata in una “città bassa”, inondata e spazzata via.

A quattro anni di distanza la città presenta chiaro-scuri, con il paradosso che è una città che ha sofferto poco della crisi perché gran parte delle attività sono di costruzione immobiliare, edilizia e lavori pubblici. Le percentuali di zone e case recuperate e abitate sono ovviamente salite con un rallentamento della crescita però nell’ultimo periodo.

new orleans new york timesInteressanti sono gli articoli e le tabelle pubblicati, tra i quali, per chi avesse piacere o interesse ad approfondire, segnalo quello Chicago Tribune, con una mappa del Recovery in New Orleans molto chiara. Altre tabelle interessanti sono pubblicate dal The New York Times, con un articolo che si apre con una domanda che fa capire lo spirito con cui guarda al nuovo Presidente: “This year, the Gulf Coast’s recovery from Hurricane Katrina has become President Obama’s responsibility. How bad a situation has he inherited?”

Un report periodico molto preciso e aggiornato sui dati è The New Orleans Index, che viene pubblicato grazie al lavoro del Metropolitan Policy Program della Brookings Institution e del Greater New Orleans Community data Center. L’introduzione al numero del quarto anniversario, scaricabile dai siti dei due istituti, è già programmatica:  “Though New Orleans has been somewhat shielded from the recession due to substantial rebuilding activity, four years after Katrina the region still faces major challenges due to blight, unaffordable housing, and vulnerable flood protection. New federal leadership must commit and sustain its partnership with state and local leaders by delivering on key milestones in innovation, infrastructure, human capital, and sustainable communities to help greater New Orleans move past “disaster recovery” and boldly build a more prosperous future.”

Ora la sfida per New Orleans sembra essere quella di ricostruire un’identità oltre che riparare il disastro. Per concludere voglio riportare proprio le parole di AMY LIU, deputy director of the Metropolitan Policy Program, con cui si conclude l’articolo citato del New York Times: “President Obama’s biggest challenge is to work effectively with Louisiana officials and the next mayor of New Orleans to generate enough progress before next August to show that the city is truly reinventing itself, rather than simply returning to a suboptimal normal.”

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