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Archive for novembre 2008

u2-tower-bcdhSolo un anno fa veniva annunciato l’avvio dei lavori della U2 Tower, il grattacielo più alto di Dublino,  una mega-torre con abitazioni, un albergo e che dovrebbe ospitare anche lo studio di registrazione della band di Bono. Questo grattacielo era ritenuto l’elemento in grado di dare definitivo sviluppo ai Docklands e maggiore attrattività alla capitale irlandese.

Come a Dublino, molte altre città, molte capitali, hanno progettato nuovi spazi urbani ultramoderni, con grandi torri, sedi delle maggiori imprese multinazionali, grattacieli sempre più alti per simboleggiare la potenza economica e politica. Così mega-progetti si sono fatti a Londra, Mosca, Pechino, Dublino e anche Milano.

Oggi tutto ciò è in crisi, e anche i mega progetti urbanistici vengono messi in discussione, in alcuni casi bloccati. Come riporta un articolo del Corriere, “La recessione taglia i grattacieli”: cantieri fermi a Londra e Mosca, sospesa la costruzione della U2 Tower, un quinto dei cantieri bloccati.

I migliori architetti si sono messi in azione per questi progetti, dalla grande valenza simbolica, oltre che ovviamente economica. Solo il grattacielo di Dublino ha un costo previsto di 200 milioni di euro. Foster aveva progettato sia la U2 Tower che la Russia Tower. (altro…)

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E’ uscito in questi giorni il nuovo numero monografico della rivista dell’AREL (agenzia di ricerche e legislazione di Roma, fondata da Nino Andreatta), dedicato al tema dei “Confini”. Da un po’ di tempo ho la fortuna di scrivere in alcuni numeri monografici della rivista e in questo numero c’è un mio articolo su “La faticosa costruzione della cittadinanza europea: allargamento a est e nuovi muri”.arel-confini

Vi riporto la presentazione che trovate sul sito dell’Arel, dove potete vedere anche l’indice dei contenuti del numero monografico appena uscito:

La parola «confini» rappresenta come poche la nostra epoca e il momento storico e culturale che stiamo attraversando. Confini che si sono aperti o si vanno aprendo, come quelli tra i paesi europei;ma anche nuovi confini che chiedono di esistere, come nei Balcani; o confini sempre a rischio, come nell’ex-URSS. E poi confini economici e monetari, così permeabili che nessun’area del mondo può dirsi mai al riparo dalle crisi, come stiamo vedendo proprio in queste settimane. E confini culturali e razziali,spesso vere e proprie barriere, le più difficili da superare. (altro…)

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Ho conosciuto Bogdan Bogdanović.

Per chi lo conosce non devo aggiungere altro per far capire la portata, in termini personali per me, dell’evento. Nello studiare i Balcani, le memorie, le città, l’anima delle città, i simboli delle città e delle società, Bogdanović è uno degli intellettuali di riferimento.

Architetto, intellettuale, dissidente, disegnatore, artista, pensatore acuto e ironico, è uno di quei personaggi che lasciano il segno, e che, pur avendo superato abbondantemente gli ottant’anni, non smettono mai di avere una freschezza di pensiero e una attualità di idee che lascia quasi spiazzati. Anche se purtroppo, non conoscendo bene né il serbo né il tedesco, non ho mai potuto direttamente leggere neanche uno dei suoi tanti libri, ho letto molti suoi scritti brevi, molte sue cose tradotte e rese disponibili online, molte interviste, molti documenti. E vi assicuro che bastano poche righe per capire subito la grandezza dell’uomo e dell’intellettuale. Ad esempio, basta leggere questa intervista su Eurozine, che è un piccolo sunto delle sue idee, per ricavarne molti stimoli davvero interessanti sulle città e sulla nostra società.

Non è questo il luogo dove riportare la biografia di Bogdanović, troppo ricca, ma credo basti dire che è uno dei più grandi architetti contemporanei serbi, è stato presidente degli architetti jugoslavi, autore di moltissime opere sparse per tutto quello che era il territorio jugoslavo, Sindaco di Belgrado negli anni ’80, poi dissidente, finché nel 1993 ha deciso di lasciare la Serbia per “rifugiarsi” a Vienna, dove tuttora vive.

Voglio qui ricordare due cose di Bogdanović che ritengo fondamentali. È lui ad aver coniato il termine “Urbicidio” per definire l’atroce attacco, nelle guerre balcaniche degli anni ’90, portato alle città e alla società cosmopolita che esse rappresentavano. Per Bogdanović l’urbicidio è “una opposizione manifesta e violenta ai più alti valori della civiltà“, intendendo quindi con esso non solo la distruzione fisica delle città, ma anche la distruzione simbolica della cultura espressa dalle città, dello spirito e della convivenza urbana.

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Bogdanović è poi l’autore del bellissimo monumento del memoriale di Jasenovac, il Fiore, simbolo di pace e di riconciliazione che domina il paesaggio di quel luogo così denso di significato, inaugurato nel 1973 dove era stato allestito il più grande campo di concentramento dei Balcani della Seconda Guerra Mondiale. Quel monumento è stato  osteggiato prima dai croati, poi dai serbi, e ancora adesso Jasenovac è uno di quei luoghi che dividono le memorie, tra spinte nazionaliste e negazionismo storico. Un bellissimo documentario di Osservatorio sui Balcani, Il Cerchio del Ricordo, curato da Andrea Rossini, ne racconta la storia e il significato attraverso anche le parole dello stesso Bogdanović.

Per questa opera Bogdanović ha anche vinto lo scorso anno il premio Carlo Scarpa, assegnato dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Per capire il significato di tale monumento, ma anche di tutta l’opera di Bogdanović, leggete gli articoli tratti dall’Osservatorio sui Balcani.

Conoscere Bogdanović è stata un’esperienza davvero emozionante. Nella penombra della sua casa di Vienna, nel salone illuminato solo dalle luci puntate sul suo tavolo da lavoro, ovviamente pieno di disegni e con un disegno in stato avanzato, che dimostra una attività continua e senza sosta. È stato un incontro assolutamente informale, quasi intimo, per il quale ringrazio Nicole Corritore di Osservatorio sui Balcani che ci ha accompagnati (con me c’era anche la mia collega Maria Teresa):  Bogdan, in vestaglia, segnato dagli anni che avanzano, aiutato dalla splendida moglie, ha mostrato una vivacità coinvolgente e un’umanità profonda che ora porto “gelosamente” con me.

Hvala i vidimo se, Bogdan!

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Durante la campagna elettorale per l’elezione del neo-presidente degli Sati Uniti, molta incertezza era data, più che dai numeri dei sondaggi, dalla riflessione di quanto i dati che emergevano a favore di Obama Barack fossero davvero capaci di cogliere un sentimento latente degli americani di avversione alla possibilità di avere un presidente nero.

Al di là delle questioni politiche, e delle questioni tecniche relative ai sondaggi, interesse di questo blog è provare a leggere i fenomeni e gli avvenimenti attraverso le dinamiche sociali sul territorio e in particolare negli spazi urbani. Molto spesso le città, nella loro organizzazione fisica e relazionale, sono specchio della realtà sociale più generale e ci raccontano cosa c’è dietro ai fatti e ai numeri.

E quindi in questi giorni, come fanno tutti, anche qui vogliamo parlare della vittoria di Obama, ma da un angolatura relativa alle città, soprattutto alle città degli stati del sud, alle città dove la società americana è divisa nella quotidianità, negli spazi, nelle speranze.

A parte la questione dei ghetti urbani in cui l’appartenenza etnica è fattore determinante, come ad esempio a Los Angeles, caso simbolico dell’attualità della divisione e della violenza urbana, la questione della segregazione socio-spaziale delle città americane era emersa in maniera tragica con la devastazione di New Orleans dell’uragano Katrina del 2005. In quella occasione ho avuto come l’impressione che l’America scoprisse in quel momento i suoi poveri, come se fossero emersi dalle acque che avevano inondato la città. Ed era evidente, una volta passato l’uragano, che non era stata colpita tutta la città, ma i quartieri neri della parte bassa e povera, e non invece i quartieri bianchi e ricchi della parte alta. Come se Katrina avesse solcato quella linea di demarcazione socio-spaziale della città che caratterizza la realtà di New Orleans, ma anche di molte altre città. (altro…)

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torino-luci-dartistaAlcuni giorni fa ho pubblicato un post sulle città e gli eventi legati all’utilizzo di luci in modo artistico, citando, fra le altre, Berlino e Torino.

Vi segnalo che oggi La Stampa online pubblica un video sulle installazioni di luci d’artista a Torino. Vale la pena guardarlo (è breve).

Ecco il video

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Il muro di Berlino, come spesso avviene per manufatti simili, si è trasformato in luogo di memoria, e quindi anche meta di turisti, anche grazie alla trasformazione artistica della sua immagine. I segni del muro non sono tantissimi ma sono presenti, e Berlino oggi affronta la sua storia con la forza di chi ha saputo andare avanti, tanto da essere una delle città più attrattive d’Europa.berlin-mauer-1961-1989

I giornali riportano la notizia dell’inizio dei lavori di ristrutturazione di ciò che è rimasto del muro, quei 1300 metri conosciuti come la East Side Gallery sui quali moltissimi artisti provenienti da diversi paesi del mondo nel 1990, per festeggiare la caduta fisica e simbolica di quel confine, hanno dipinto loro opere rendendo quel tratto del muro una galleria d’arte all’aperto.

Le immagini della East Side Gallery si possono vedere su diversi siti, tra i quali Berlin Wall East Side Gallery, o sul sito www.berlin.de, o con una visione di insieme nelle foto del fotografo Bradford Bohonus. (altro…)

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