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Archive for agosto 2011

La notte tra il 12 e 13 agosto 1961 veniva eretto il Muro di Berlino, e quindi oggi ricorre l’anniversario dei 50 anni della sua costruzione. Ci sono poche parole da aggiungere a quante ne siano state dette, soprattutto in questi giorni così come due anni fa in occasione delle celebrazioni dei 20 anni dalla sua caduta. Commentare è difficile, anche perchè l’epoca dei muri non è finita, come spesso ripeto attraverso questo blog presentando i nuovi muri e le divisioni che sempre più caratterizzano l’epoca attuale.

Il ricordo e la memoria di un’epoca, più di mille commenti, possono allora aiutare a manetenere vivo il significato tragico di quel Muro, non solo nei suoi aspetti geopolitici, non sono nella successione delle morti che hanno segnato la sua esistenza, ma ancora di più e soprattutto nelle storie “semplici” di un’intera generazione la cui vita quotidiana è stata stravolta. Il dolore è il tratto comune dei racconti, a volte accompagnato da rabbia e voglia di ribellione a volte da smarrimento e incredulità.

Allora oggi voglio solo segnalare un paio di articoli, di racconti, senza aggiungere altro alla memoria che ci deve aiutare  a mantenere viva l’attenzione sulle tragedie hanno segnato la storia del Muro di Berlino, ma che non sono finite con la sua caduta. Un articolo del sito del TG3, “Quando c’era il Muro di Berlino” ci parla di un paesino che venne in pratica tagliato fuori dal mondo. Non mancano poi le sezioni fotografiche, una in italiano molto completa la troviamo sul sito di Panorama, e sul Time nella sezione Light Box c’è un interessantissimo articolo sulle foto di Thomas Hoepker sulla vita quotidiana a est del Muro. Infine in una sezione speciale del Guardian sul Muro di Berlino, tra i vari articoli ce n’è uno intenso sulle storie di famiglie divise, intitolato”Berlin Wall 50 years on: families divided, loved ones lost“. Molto interessante in questo articolo è anche la conclusione, che ci presenta i rischi di una visione turistica della storia del Muro, che viene quasi spettacolarizzata o “Disneyzzata”: “Young people cannot comprehend that just 22 years ago there was a wall dividing this city. Anything that helps them to understand how and why things were as they were has got to be a good thing.”

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Mentre si stanno per ricordare i 50 anni dalla costruzione del Muro di Berlino, ecco un nuovo muro, anzi un fossato come un muro ai confini dell’Europa. Un articolo del Corriere riporta la notizia della nuova opera costruita tra Grecia e Turchia, lungo il fiume Evros, per impedire il passaggio di immigrati clandestini. Non si tratta di un piccolo intervento, ma di un’opera enorme: un fossato appunto lungo 120 Km, largo 30 metri e profondo 7.

Simbolicamente questa nuova barriera difensiva riporta la mente proprio ai castelli medievali, alle fortezze, isolate dal loro intorno grazie a muri e fossati. Non si tratta di un’azione a sorpresa, anzi, se ne parlava da molto tempo e ormai dall’inizio del 2011 era chiara l’intenzione della Grecia di procedere con la costruzione di quest’opera, come riportato ad esempio a gennaio da un articolo sul sito Globalsecurity (anche l’immagina qui affianco è presa dallo stesso articolo).

Come spesso accade l’Unione Europea è impotente su questi temi, al di là di esprimere contrarietà in linea di principio. Sempre a gennaio un articolo del Guardian ci diceva che la notizia imbarazzava Bruxelles, e la Commissione Europea tramite il portavoce per la sicurezza si era affrettata a dire che “Walls or fences are short-term measures that are not meant to deal with the question of illegal immigration in a structural way“. La realtà purtroppo dimostra il contrario e a 50 anni dal Muro di Berlino stiamo sempre più costruendo, tra muri e fossati, un’Europa fortezza.

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Uno dei blog che leggo più spesso è The Five Demands, importante fonte quotidiana di informazione dal Nord Irlanda. Segnalo un interessante post, Una questione di identità, che riprende due articoli sul tema dell’esposizione “ossessiva” delle bandiere nazionali (in questo caso unioniste, mentre nella mia foto si vede una bandiera irlandese a ridosso di una delle Peace Line). La domanda che viene posta nei due articoli/commenti, è se tale ostentazione sia un’espressione di identità o di crisi di identità, come segno di insicurezza.

In una città come Belfast, dove i murales sono l’espressione più evidente dell’identicazione del territorio e dell’idenità varie aree urbane, a volte può passare quasi inosservata questa ostentazione delle bandiere, che invece rimangono tra i simboli di maggiore utilizzo nelle città divise e nei territori contesi per definire identità, appartenenza e “possesso”. Nei Balcani, ad esempio, spesso le bandiere sono appese anche alle porte delle chiese o sui minareti, o, come in Erzegovina, incise nella roccia lungo le strade e sopra l’arco di ingresso nelle gallerie. Oppure, come ho raccontato in passato riguardo al Kosovo, anche l’ostentazione di bandiere straniere rafforza il senso di appartenenza e definisce i legami di amicizia.

In fondo, bruciare le bandiere è un atto di grande spregio, proprio perchè la bandiera ha un significato così diretto come poche altre cose hanno. In contesti divisi e contesi identità e insicurezza in molti casi si sovrappongono. In fondo dove è sicura l’identità non c’è bisogno di ostentarla.

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