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Archive for the ‘Città Futura’ Category

Riporto un post pubblicato oggi da Luca Leone, una bellissima descrizione della Sarajevo di oggi. Chi mi consoce sa che io sono critico su come sia cambiata e stia cambiando Sarajevo dopo il conflitto, ma Luca mi spinge sempre a vedere i lati belli di una città che rinasce, che bisogna sostenere per il significato che ha e che bisogna “abitare” guardando al futuro. Questo testo è una sorta di dichiarazione d’amore, da una persona che conosce benissimo Sarajevo e che ci invoglia a tornare a Sarajevo.

24/04/2012. La Sarajevo di oggi, di Luca Leone giornalista, autore di libri (tra cui Saluti da Sarajevo), editore (testo di ©Luca Leone 2012 e disponbile su www.infinitoedizioni.it).

Sono così tante le parole che il suo solo nome, Sarajevo, evoca e fa venire alla mente, da rendere arduo il metterle in fila e farle uscire dalla bocca, una per una.

Sarajevo è città dolce e spigolosa, aperta e ostinata, urbana e contadina, mistica e pervicacemente laica. È da sempre residenza e ispirazione per letterati, artisti, grandi poeti e immensi teatranti. È sede di commerci e viandanti che s’incontrano nei caravanserragli di ieri e d’oggi. È luogo degli opposti, in cui le diversità da oltre mezzo millennio s’incontrano, mescolano e convivono in serenità e armonia.

Il suo nome stesso – Sarajevo – è simbolo di simbiosi e ibridazione tra due culture ancor prima che queste s’incontrassero e si fondessero tra loro. La parola saraj è infatti turca e sta a testimoniare la radice ottomana della fondazione di Sarajevo. Il primo governatore (bej) turco di Sarajevo fu Isa-Beg Isaković, l’uomo che aveva conquistato nel 1463 la nuova provincia ottomana di Bosnia e che da subito dette il via all’edificazione della sua residenza e futuro palazzo del potere, appunto il saraj, che prese il nome di Konak. Saraj è dunque termine turco utilizzato per descrivere un palazzo fortificato al cui interno si svolgessero mansioni governative o amministrative. Il nome slavo della città era invece Saraje Ovasi, traducibile come “castello in pianura”. I primi Slavi erano giunti laddove sorge oggi Sarajevo intorno al 500 dopo Cristo. Il suffisso “evo” del nome della città deriva proprio da ovasi e la fusione dei due termini determinò la nascita dell’appellativo odierno della città, originato dalla fusione di due parole provenienti da due diverse lingue.

E non pensiate che col 1463, con la conquista ottomana, sia cominciata la conversione forzata dei cristiani. Tutte bugie. La conversione fu soffice e indolore e i primi a convertirsi – e a trasformarsi negli antenati degli attuali musulmani bosniaci, la cui provenienze etnica è la stessa identica di cattolici e ortodossi – furono i bogomili, ovvero gli aderenti a una setta eretica cristiana forse fondata da un ex prete ortodosso, perseguitati sia dai cattolici che dagli ortodossi. Costoro, per reagire alle persecuzioni man mano si convertirono all’Islam, ottenendo così un riscatto sociale trasformandosi in proprietari terrieri e commercianti.

Sarajevo oggi è ancora così, figlia dell’amalgama di più culture, religioni, usanze, rispettosa delle genti che la visitano o vi vivono. È stata, lungo 1.350 giorni, il bastione indefesso della libertà contro il nazifascismo sanguinario dell’ultranazionalismo serbo e serbo-bosniaco che l’anno assediata e quasi rasa al suolo, facendo piovere sulle città – tra il 1992 e il 1995 – una media di oltre trecento granate al giorno, che nelle fasi più acute della devastazione sono diventate più di tremila (!) nell’arco di sole ventiquattr’ore. La città ha pagato all’assedio un dazio di sangue terribile, con oltre 11.000 morti, più del 10 per cento dei quali bambini. Cifre orribilmente simili, quasi identiche, a quella pagate dalla città in occasione di un altro assedio nazista e fascista, quello avvenuto durante la seconda guerra mondiale.

La distruzione non ha però fermato Sarajevo e la sua gente. Tra mille difficoltà – provocate dal sistema economico neoliberista innestato su un sistema sociale distrutto dalla guerra e dalle divisioni indotte dai nazionalismi cattolico, ortodosso e musulmano – la città sta rinascendo e i giovani stanno tornando a fare cultura, musica, teatro. La città torna a vivere e ci chiede due cose: di non ricordarla e rievocarla solo ogni dieci anni in occasione degli anniversari “tondi” dello scoppio della guerra; e di vigilare affinché le mafie e la pessima politica di questi anni vengano messi alla porta.

Sarajevo ha bisogno di noi, delle nostre menti libere e prive di pregiudizi. Sarajevo ci aspetta per visitarla e conoscerla. Non farlo equivale a dare ragione ai criminali – Ratko Mladić, Radovan Karadžić, Slobodan Milošević e loro eguali – che hanno provato a cancellarla e a violarne la natura.

In nessuna città al mondo nel volgere di poche centinaia di metri quadrati è possibile visitare la sinagoga ebraica, la cattedrale cattolica, quella ortodossa e la più antica e grande moschea dei Balcani. Che si creda o meno in Dio – qualunque nome Egli abbia e ammesso che esista – non si può non visitare il luogo, l’unico al mondo, in cui i più grandi monoteismi si guardano, si studiano, si scrutano a pochi metri di distanza. Ma non si odiano.

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Innovare non significa solo inventarsi cose nuove ma anche immaginare un uso nuovo di cose già esistenti o un utilizzo diverso di spazi e contentori, e quindi non solo costruire ma anche recuperare. In questo senso da Detroit arriva una proposta innovativa e per certi versi provocatoria, e cioè “ridurre” la città.

Cosa fare quando una città perde popolazione e l’organizzazione dei servizi e dello spazio, compresi i costi, si dimostra sovradimensionata? Mi capita spesso di pensare ad esempio alla mia città, Trieste, ormai da anni in calo demografico ma dove quasi mai nessuno riflette su un concetto di sviluppo che possa conciliare progetti innovativi e revisione degli spazi in modo adeguato alla dimensione demografica. Non si tratta solo di immaginare funzioni nuove, anche se ciò è sempre importante, ma anche strategie di riorganizzazione di spazi e servizi e di revisione funzionale di parti di città.

Detroit’s plan to shrink the city, così si intitola un articolo sul sito SmartPlanet che ci spiega la sfida di fronte cui si trova la città americana: “It’s an unusual role for urban planners: shrinking a city. But it just might help revitalize Detroit“. La città contava una popolazione molto superiore al milione e mezzo che ora nell’ultimo censimento si è ridotta a poco più di 700mila abitanti, con un salto indietro di quasi cento anni. La questione ovviamente è basata anche sulla considerazione della scarsezza delle risorse, che verranno quindi rese più efficenti non solo con una riorganizzazione dei servizi ma anche con una concentrazione di interventi in alcune specifiche aree urbane.

Il problema vero è come bilanciare questa riorganizzazione delle risorse garantendo una qualità di vita dignitosa per tutti, anche per quelle aree urbane non più considerate destinarie di risorse strategiche. The Odd Challenge for Detroits Planners, così la chiama il New York Times in un interessantissimo articolo di Monica Davey: “How to reconfigure roads, bus lines, police districts? How to encourage people — there is no power of eminent domain to force them — to move out of the worst neighborhoods and into better ones? Later this month, a team that includes Ms. Winters is expected to present a proposed — and certain to be highly controversial — map to guide investment in each of the city’s neighborhoods. A final plan for a remade city is expected by year’s end“.

“L’idea più sbagliata è che noi non dobbiamo cambiare”, così ha affermato il sindaco Dave Bing, e il coraggio di cambiare senza nascondersi la realtà del ridimensionamento è forse una scelta vincente più di mille idee di progetti enormi e mai realizzati.

(qui sopra una foto di aree verdi di Detroit ricavate da quartieri dove gli edifici sono stati demoliti, Dai grattacieli alla campagna, abbandonare Detroit da magazine.quotidiano.net)

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Spesso si parla di città e futuro, e tra visioni immaginifiche, mega-progetti e innovazioni tecno-urbane anche in questo blog ne abbiamo parlato più volte. Ora viene pubblicata una serie di articoli molto interessanti, perchè partono da casi concreti di città medio-piccole, e non da grandi scenari “visionari”.

cittàfuture_iodonnaInfatti dal numero della scorsa settimana “Io Donna” ha iniziato a pubblicare una serie di articoli sulle città del futuro, guardando però non alle metropoli e alle grandi città del mondo ma alle città di medie dimensioni che riescono ad emergere coniugando successo e sostenibilità. La vera sfida, dice il magazine, riguarda le città di piccola-media grandezza, e così, attraverso un team di esperti, ne ha selezionate 12 che stanno emergendo per capacità economica, culturale, tecnologica, organizzativa

La prima città presentata, è stata Pittsburgh, scelta da Obama come sede dell’imminente G20. Tanto che l’articolo, pubblicato anche su Corriere.it, inizia proprio citando la sorpresa dei cronisti all’annuncio della scelta della città per l’importante appuntamento internazionale, città famosa quasi esclusivamente per il suo passato industriale: “Il succo della storia sta tutto in una risata; quella che è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che il presidente aveva scelto Pittsburgh come sede del G20, il 24 settembre. Dopo Pechino, Berlino, Londra… gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti a Pittsburgh? Possibile – si saranno chiesti – che Obama si riferisca proprio a quella città della Pennsylvania che fu, buonanima, la capitale mondiale dell’acciaio e che poi, con il tracollo dell’industria pesante, nei primi Ottanta, è diventata il simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost cities, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rost Belt?

La domanda è “come si fa” a passare dall’essere simbolo dell’industria tradizionale in crisi a nuovo centro di sviluppo dell’economia della conoscenza: “…dal nulla grigio e vuoto della galleria al faccia a faccia micidiale con down town Pittsburgh, piazzato lì come una prua scintillante in mezzo a tre fiumi, una Manhattan lilliput dai colori pa stello – insomma quando hai questo frontale da amore a prima vista – è matematico che ti domandi con la bocca aperta: ma come hanno fatto a tenere nascosta una cosa bella così? Che segreto custodisce questa gente?

Pittsburgh, 310mila abitanti, conserva ancora il soprannome di “Steel city”, ma gli investimenti in formazione, conoscenza e innovazione hanno creato una svolta positiva che ha rilanciato la città. Gli investimenti privati sono stati determinanti, ma  occorre sottolineare la volontà politica “illuminata” che ha sostenuto questo processo, guarda caso con il Sindaco più giovane d’America, Luke Ravenstahl, 29 anni: «…hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che hanno fatto man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato». Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc spiega così la diversità e quindi la personalità tosta di Pittsburgh: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai».

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Oggi una mia amica mi ha parlato della necessità di mettersi a ragionare seriamente sugli strumenti e sui principi della pianificazione, ferma ormai su concetti radicati ma ormai, operativamente, quasi privi di consistenza, almeno nella maggioranza delle politiche pubbliche.

Uno di questi concetti è la sostenibilità, e su questo concetto, mentre si discute molto a livello di principi e di micro-progetti, forse le nostre città ancora poco lavorano quando si tratta di strumenti tecnici politico/amministrativi e di visione generale dello sviluppo del proprio territorio.

Mi è quindi venuta in mente la nascente città a impatto zero, Masdar City, che, come molti dei più visionari progetti della città del futuro, nascerà negli Emirati Arabi a pochi chilometri da Abu Dhabi. Non una “normale” città nuova costruita dal nulla, ma viene definita una vera e propria nuova forma di convivenza urbana. Un visione urbana, insomma.

masdar cityE infatti il sito di Masdar City parla della città come dell’espressione fisica di una visione. La nascita di questa città rientra in un mega-progetto denominato proprio The Masdar Initiative; come scritto nel sito, “Abu Dhabi has established its leadership position by launching the Masdar Initiative a global cooperative platform for the open engagement in the search for solutions to some of mankind’s most pressing issues energy security climate change and the development of human expertise (…)

Tra gli obiettivi fissati dal progetto ideato dal grande architetto Foster, e che sono elencati sul sito, ci sono: 100% energia rinnovabile, carbon neutral, zero waste. Masdar city promette di fissare nuovi benchmarks per la sostenibilità delle città del futuro.

Un interessante articolo su questa visione di città è stato pubblicato qualche mese fa nella sezione online “Le città illuminate” dell’inserto Nova del Sole24Ore, articolo dal titolo “La città dell’energia” a firma di Alessandra Viola. Anche qui, oltre a interessanti descrizioni e ad alcuni dati, viene ripreso il concetto di visione: “La città del futuro, capace davvero di proporre un nuovo modello di convivenza sociale e urbana, dovrà ricondurre il problema energetico e ambientale alla loro dimensione essenziale, l’uomo. (…) Masdar invece si propone al mondo come laboratorio vivente di convivenza sociale e buone pratiche. Un work in progress di nuove tecnologie per l’energia (vi ha già aperto, con il sostegno del Mit, un ambizioso centro di ricerca), riciclaggio, mobilità e tecniche per lo smaltimento dei rifiuti. Ma soprattutto vuole essere un laboratorio umano, dove immaginare i cittadini del futuro.

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sao paulo grattacieliIeri La Repubblica ha pubblicato nella sezione Cultura un intervento di Benjamin Barber che rilancia il tema delle città globali e del ruolo che queste città hanno e possono avere nella governance del pianeta. Barber, politologo americano condierato un guru, lavora sui temi dell’interdipendenza, della partecipazione e della democrazia, ed è divenuto famoso quando nel 1996 ha pubblicato il suo lavoro Jihad vs. McWorld divenuto poi un bestseller.

Nell’articolo di ieri, intitolato “Benvenuti nelle città globali”, Barber affronta la questione della cultura delle città globali, tema che è stato messo in crisi in questi primi anni del millennio connotati dalla paura, come se la riscoperta o il rifugio nel localismo avesse fatto pensare che si potesse tornare indietro rispetto ad un mondo interconnesso, globalizzato e, passatemi il termine, meticcio. Il politologo americano riafferma un ruolo guida in questo mondo delle città globali, sia come cultura che come governo. (altro…)

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Città in crisi? Non per le ruote panoramiche sembra. Mentre nelle città del mondo sono fermi i grandi cantieri e la costruzione dei grattacieli è in crisi, come abbiamo anche riportato in alcuni post precedenti, sembra non essere per niente in crisi la costruzione di ruote panoramiche. Sempre più grandi, sempre più alte, stanno divenendo l’icona della competizione urbana a livello globale.

chicago-ferris-wheel-da-wikipediaÈ passato ormai più di un secolo dalla prima ruota, quella di Chicago del 1893, alta “appena” 80 metri scarsi e costruita per l’Esposizione Universale  come risposta alla Tour Eiffel di Parigi realizzata nella precedente esposizione del 1889. Di quell’epoca è anche la famosa ruota panoramica del Prater a Vienna, che potremmo considerare la prima ruota che è entrata nell’immaginario collettivo come simbolo di una città.

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Se i nostri centri urbani non hanno più spazio per aree verdi, costruiamole sopra la città. Questo devono aver pensato gli architetti promotori di uno dei progetti più originali del verde urbano.

parco-ny-da-corriere-casaLa ricerca dell’equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale, che spesso viene fatta in architettura (famosi in questo senso sono i tetti-giardino da Le Corbusier in poi), presenta ora un’idea alquanto orginale, che è in fase di realizzazione a New York.

Si tratta del recupero e riutilizzo di un tratto di linea ferroviaria sopraelevata ormai dismessa, che diverrà appunto parco, una sorta di corridoio verde urbano in mezzo ai grattacieli e, appunto, sopraelevato. L’idea che darà un nuovo spazio verde di socialità a Mahattan è degli architetti Diller Scofidio e Renfro in collaborazione con il gruppo Field Operations (la cui filosofia, tratta dal sito world-architects.com è “Whatever the scale and scope, our practice looks to respond with imagination and clarity to the unique circumstances of each project, crafting ecologically smart and culturally significant built works of lasting distinction”).

Sul progetto dell’higline park a New York vedi l’articolo e la galleria fotografica sulla sezione Casa del Corriere.it

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