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Posts Tagged ‘Architettura’

La USP (Universidade de São Paulo) ha lanciato un progetto chiamato Arquigrafia, una piattaforma digitale collaborativa sull’architettura. Coordinata dalla Facoltà di Architettura e Urbanistica (FAU), la piattaforma metterà a disposizione un numero considerevole di immagini fotografiche, a partire proprio dallìarchivio digitale della FAU-USP,

Arquigrafia è dedicata “…aos estudiosos das cidades, das construções e da memória. Dedicado a disponibilizar o registro fotográfico da arquitetura em todo o país e suas modificações ao longo do tempo, o site contará com o acervo digital de 37 mil slides da Faculdade de Arquitetura e Urbanismo da USP (FAU), inseridos gradualmente.”

La piattaforma, che all’inizio sarà appunto basata principalmente su materiale fotografico, sarà aperta a tutti, previa registrazione con l’invio di una email alla FAU. Un articolo di spiegazione e le informazioni le potete troavre qui.

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Madre Teresa e il lustra scarpe, così titola un interessantissimo articolo pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso (a firma di Risto Karajkov), richiamando alcune delle statue che l’amministrazione locale di Skopje, in Macedonia, ha installato nel centro della città in una grande opera di recupero e di rinnovamento.

madre-teresa-skopje-da-osservatoriobalcaniorgUn toro, un mendicante, una bella ragazza, un lustrascarpe, un tizio che cerca di attirare l’attenzione della bella ragazza dall’altra parte della strada.. (…)La bella ragazza, dall’altra parte della strada, è al centro dell’attenzione da oltre un mese ed è quasi diventata un simbolo della città. (…). Cinquanta metri più in là, verso la piazza centrale, c’è il vecchio monumento di Madre Teresa. La costruzione del suo mausoleo, proprio di fianco alla statua, è stata completata solo un paio di mesi fa. Fino a poco tempo fa, Madre Teresa era tutta sola sul corso principale. Ora, all’improvviso, si trova in fitta compagnia, ma tutti vogliono farsi fotografare con la sua giovane dirimpettaia”.

A Skopje è quindi in atto una trasformazione urbana notevole, un “rinascimento architettonico”, che non si ferma alle statue, ma riguarda anche i palazzi, edifici storici e anche diverse grandi infrastrutture. Il centro della città è però oggetto di un vero e proprio restyling culturale e iconografico, nel quale simboli urbani e identità giocano ancora una volta un ruolo fondamentale. Chi parla di una volontà di rivendicazione di tradizioni culturali nei confronti della Grecia (ci sarà a breve anche una statua di Alessandro Magno), chi di “de-slavizzazione” e quindi della volontà di rompere definitivamente il legame slavo, chi vede invece un disegno politico di affermazione di potere interno.

Forse sono tutte le cose messe insieme, che determinano una significativa appropriazione dello spazio urbano nel suo più pieno termine di spazio politico. La città che include ed esclude attraverso i suoi simboli, culturali, politici, religiosi.

church-crkva-skopjeTale iper-attività sta creando molti malumori, ma è proprio su un edificio religioso che la città si sta dividendo anche con manifestazioni a volte violente. Come ha riportato già il blog balKan_scapes, la decisione di edificare una nuova chiesa nella piazza centrale sta creando un vasto dissendo, e ci viene indicato un altro blog molto interessante skopje2803 nato proprio per raccontare questa divisione: le proteste, i dissensi, le manifestazioni di studenti, le posizioni di chi rivendica uno spazio urbano “laico”, le contromanifestazioni, le contrapposizioni, gli scontri.

Tali dinamiche di “rinnovamento” urbano e di radicalizzazione di simboli di appartenenza culturale e religiosa nello spazio urbano sono abbastanza simili in tutti i Balcani del post-conflitto. Una battaglia culturale neanche tanto sottile, tra memoria, identità, appartenenza, giocata anche e soprattuttot negli elementi architettonici e urbanistici delle città e delle capitali. In questo senso, sempre dal blog skopje2803, segnalo questo interessante workshop, molto pertinente rispetto a quanto sta succedendo, “Reading the City: Urban Space e Memory“, che si terrà a Skopje a metà maggio, organizzato dalla fondazione “Remembrance, responsibility and Future” (Geschichtswerkstatt Europa), il Goethe-Institut e la Technical University of Berlin.

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Se i nostri centri urbani non hanno più spazio per aree verdi, costruiamole sopra la città. Questo devono aver pensato gli architetti promotori di uno dei progetti più originali del verde urbano.

parco-ny-da-corriere-casaLa ricerca dell’equilibrio tra ambiente costruito e ambiente naturale, che spesso viene fatta in architettura (famosi in questo senso sono i tetti-giardino da Le Corbusier in poi), presenta ora un’idea alquanto orginale, che è in fase di realizzazione a New York.

Si tratta del recupero e riutilizzo di un tratto di linea ferroviaria sopraelevata ormai dismessa, che diverrà appunto parco, una sorta di corridoio verde urbano in mezzo ai grattacieli e, appunto, sopraelevato. L’idea che darà un nuovo spazio verde di socialità a Mahattan è degli architetti Diller Scofidio e Renfro in collaborazione con il gruppo Field Operations (la cui filosofia, tratta dal sito world-architects.com è “Whatever the scale and scope, our practice looks to respond with imagination and clarity to the unique circumstances of each project, crafting ecologically smart and culturally significant built works of lasting distinction”).

Sul progetto dell’higline park a New York vedi l’articolo e la galleria fotografica sulla sezione Casa del Corriere.it

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Le città italiane si stanno evolvendo tra non luoghi e superluoghi. Almeno questa sembra essere l’immagine che emerge dal rapporto 2008 della Società Geografica Italiana, intitolato “L’Italia delle città. Tra malessere e trasfigurazione”. I due termini usati sono di per sé già molto indicativi.

societa-geografica-italianaMentre da mesi ormai stiamo parlando di città in crisi e delle ricadute della crisi economica nella vita delle città, questo studio sullo stato delle città in Italia non ci dà certo segnali incoraggianti. Almeno questa è l’interpretazione che ne do io, rispetto ad alcuni elementi che vi accenno qua sotto.

Il rapporto (anche se, ammetto, non ho avuto ancora l’opportunità di leggerlo nella sua interezza) conferma una tendenza chiara da alcuni anni, e cioè che l’inurbamento del pianeta, e anche del nostro paese, è un processo ormai inarrestabile: la città e “l’urbanità” è caratteristica della contemporaneità, tanto che si parla di ambiente urbano anche per molte parti del territorio che non sono città.

L’altro aspetto che emerge è che l’evoluzione più recente delle città italiane è un’evoluzione prevalentemente di non-luoghi, o di superluoghi, come si è iniziato a chiamarli adesso. (altro…)

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Dire che l’avevamo quasi anticipato con il post di pochi giorni fa è troppo, ma sicuramente la notizia di oggi non ci coglie di sorpresa. E il titolo di questo post ribalta il titolo di quel post, indicando volutamente il fatto che, quando la crisi colpisce le aziende più rappresentative di una città, colpisce le città stesse e i loro simboli di sviluppo.

nyt-grattacielo1E così dopo la crisi dell’auto a Detroit, di cui magari scriverò a breve, in questi giorni fallisce l’editoria, tanto che, come riportano i giornali italiani, il New York Times è stato costretto ad ipotecare il nuovissimo grattacielo di 52 piani da poco realizzato dal grande architetto Renzo Piano sulla Ottava Avenue.

Il grattacielo nuova sede del New York Times ha avuto grande risalto perchè è stato il primo a sfodare la “architettura della sicurezza” frutto della paura dopo l’11 settembre 2001. Un grattacielo luminoso, di più di 300 metri, con un materiale che filtra la luce del sole permettendo una distribuzione omogenea della luce, dando l’idea di trasparenza e leggerezza.

Un grattacielo simbolo insomma, per la qualità dell’edificio ma anche per il messaggio di speranza e di futuro per New York.

Ma se, come ha detto Piano all’inaugurazione, questo grattacielo “è lo specchio di New York“, oggi possiamo dire che è lo specchio della crisi, che è anche delle città e delle loro economie.

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Ho conosciuto Bogdan Bogdanović.

Per chi lo conosce non devo aggiungere altro per far capire la portata, in termini personali per me, dell’evento. Nello studiare i Balcani, le memorie, le città, l’anima delle città, i simboli delle città e delle società, Bogdanović è uno degli intellettuali di riferimento.

Architetto, intellettuale, dissidente, disegnatore, artista, pensatore acuto e ironico, è uno di quei personaggi che lasciano il segno, e che, pur avendo superato abbondantemente gli ottant’anni, non smettono mai di avere una freschezza di pensiero e una attualità di idee che lascia quasi spiazzati. Anche se purtroppo, non conoscendo bene né il serbo né il tedesco, non ho mai potuto direttamente leggere neanche uno dei suoi tanti libri, ho letto molti suoi scritti brevi, molte sue cose tradotte e rese disponibili online, molte interviste, molti documenti. E vi assicuro che bastano poche righe per capire subito la grandezza dell’uomo e dell’intellettuale. Ad esempio, basta leggere questa intervista su Eurozine, che è un piccolo sunto delle sue idee, per ricavarne molti stimoli davvero interessanti sulle città e sulla nostra società.

Non è questo il luogo dove riportare la biografia di Bogdanović, troppo ricca, ma credo basti dire che è uno dei più grandi architetti contemporanei serbi, è stato presidente degli architetti jugoslavi, autore di moltissime opere sparse per tutto quello che era il territorio jugoslavo, Sindaco di Belgrado negli anni ’80, poi dissidente, finché nel 1993 ha deciso di lasciare la Serbia per “rifugiarsi” a Vienna, dove tuttora vive.

Voglio qui ricordare due cose di Bogdanović che ritengo fondamentali. È lui ad aver coniato il termine “Urbicidio” per definire l’atroce attacco, nelle guerre balcaniche degli anni ’90, portato alle città e alla società cosmopolita che esse rappresentavano. Per Bogdanović l’urbicidio è “una opposizione manifesta e violenta ai più alti valori della civiltà“, intendendo quindi con esso non solo la distruzione fisica delle città, ma anche la distruzione simbolica della cultura espressa dalle città, dello spirito e della convivenza urbana.

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Bogdanović è poi l’autore del bellissimo monumento del memoriale di Jasenovac, il Fiore, simbolo di pace e di riconciliazione che domina il paesaggio di quel luogo così denso di significato, inaugurato nel 1973 dove era stato allestito il più grande campo di concentramento dei Balcani della Seconda Guerra Mondiale. Quel monumento è stato  osteggiato prima dai croati, poi dai serbi, e ancora adesso Jasenovac è uno di quei luoghi che dividono le memorie, tra spinte nazionaliste e negazionismo storico. Un bellissimo documentario di Osservatorio sui Balcani, Il Cerchio del Ricordo, curato da Andrea Rossini, ne racconta la storia e il significato attraverso anche le parole dello stesso Bogdanović.

Per questa opera Bogdanović ha anche vinto lo scorso anno il premio Carlo Scarpa, assegnato dalla Fondazione Benetton Studi e Ricerche. Per capire il significato di tale monumento, ma anche di tutta l’opera di Bogdanović, leggete gli articoli tratti dall’Osservatorio sui Balcani.

Conoscere Bogdanović è stata un’esperienza davvero emozionante. Nella penombra della sua casa di Vienna, nel salone illuminato solo dalle luci puntate sul suo tavolo da lavoro, ovviamente pieno di disegni e con un disegno in stato avanzato, che dimostra una attività continua e senza sosta. È stato un incontro assolutamente informale, quasi intimo, per il quale ringrazio Nicole Corritore di Osservatorio sui Balcani che ci ha accompagnati (con me c’era anche la mia collega Maria Teresa):  Bogdan, in vestaglia, segnato dagli anni che avanzano, aiutato dalla splendida moglie, ha mostrato una vivacità coinvolgente e un’umanità profonda che ora porto “gelosamente” con me.

Hvala i vidimo se, Bogdan!

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Nel blog BerlinRomExpress, con una bellissima foto della Porta di Brandeburgo illuminata, viene segnalato il Festival of Lights di Berlino, un appuntamento ormai classico durante il quale la capitale tedesca si veste di una luce davvero affascinante.

L’appuntamento, tuttora in corso, rientra in un recente filone di attrazione che pone la luce come forma d’arte che si integra con gli spazi delle città, rendendo i palazzi e i manufatti più famosi luoghi di attrazione multiformi e multidimensionali.

Le luci non solo colorano, ravvivano e danno nuovo dinamismo ai luoghi, ma cercano, come forma d’arte, anche di dare messaggi alle nostre città attraverso le città stesse.

Su questo filone segnalo anche l’iniziativa Luci d’Artista a Torino, la cui edizione del 2008 è consultabile sul sito del Comune di Torino, dove si trova anche la Mappa delle Luci per scoprire le varie installazioni. L’iniziativa, giunta ormai alla sua undicesima edizione, ha davvero un fascino particolare e tocca i luoghi più significativi della città con diverse installazioni.

Tra queste segnalo quella di Porta Palazzo, che credo sia uno dei luoghi più interessanti delle città italiane, dove c’è uno dei più bei mercati all’aperto (quello di frutta e verdura, è spettacolare!) e dove da anni è in corso un importantissimo lavoro di recupero, ristrutturazione e integrazione. L’installazione si intitola “Amare le differenze” ed è di Angelo Pistoletto.

E proprio sul Magazine del Corriere di un mese fa veniva riportato lo scambio di vedute sull’illuminazione del Duomo di Milano tra il Sindaco Moratti e la Curia. In un articolo intitolato “Come ti cambio le luci della città”, nel quale si richiamano famose esperienze di illuminazione artistica delle città, la giornalista sottolineava proprio la questione: “illuminare una piazza storica, un monumento, non è solo questione di sicurezza o di visibilità: la luce ha un valore artistico intrinseco...”. Non posso che concordare…

E per chi storce il naso, ritenendo poco adatte delle “luminarie” in luoghi nobili delle nostre città, cito un altro passaggio dell’articolo, nel quale si sottolinea che se si trova la giusta illuminazione e quindi il giusto rapporto luce-architettura, si crea un dialogo tra questi elementi che non solo è rispettoso dei luoghi, ma li esalta. Il grande esperto in questo campo, Alain Guilhot, che non parla di luce artificiale ma di sole notturno, dice: “la luce ha un compito pedagogico, cercare i dettagli dell’architettura che di giorno l’occhio non coglie, e terapeutico, far ritrovare la nozione di bellezza “.

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