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Archive for marzo 2009

artwhobamagardeningLa Casa Bianca dà l’esempio, e, in linea con una tendenza molto in crescita in questo periodo, si fa l’orto nel giardino di casa. La first lady Michelle Obama ha inaugurato pochi giorni fa il presidenziale “kitchen garden”, riprendendo un’iniziativa che avevano promosso i Roosvelt.

Che l’intento sia quello di proporre uno stile dietetico più equilibrato contro il “junk food” è chiaro, ma non va sottovalutata la volontà di produrre verdura sana e fresca a basso costo anche come messaggio contro la crisi. E in fondo, come riporta un’articolo su Corriere.it , “i Roosevelt avevano un “Victory Garden” negli anni più duri della guerra, quando il 40% degli ortaggi Usa erano prodotti a casa”. Gli orti urbani dei tempi della guerra quindi, riproposti in forma moderna ma con lo stesso spirito: autoproduzione, contenimento dei prezzi e della spesa familiare, e anche presa di responsabilità, sostenibilità e nuova socialità. Una socialità che parte dal coinvolgimento dei familiari (come nel caso della first lady che si rivolge in primo luogo ai bambini), ma anche una nuova socialità urbana in generale.

Infatti la pratica dell’ urban farming, per molto tempo vista quasi esclusivamente come strumento di inclusione lavorativa di persone svantaggiate, si sta sviluppando sempre di più negli Stati Uniti ma non solo (magari ne parlerò più a lungo in un post futuro). In tutto il pianeta, Italia compresa, si riparla di orti urbani, urban farming e produzione locale nella quale riscoprire la regole base della natura. In questo senso vanno anche le iniziative  “chilometro zero” e “farmer market”, avviate in questi ultimi anni in Italia per avvicinare la produzione al consumatore e abbassare i costi. Orti urbani e produzione locale come riconsiderazione dello sviluppo, pensando contemporaneamente alla crisi, alla salute e all’ambiente. Che dire, speriamo che duri anche quando la crisi sarà finita!

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Due giorni fa sono stati resi noti i risultati di una ricerca sul tempo speso nel traffico urbano. Dal rapporto presentato ieri alla conferenza “Kyoto for the cities” a Napoli  dalla società che ha curato lo studio, la Vision&Value, emerge una situazione allarmante: considerando solo le 10 città italiane più grandi con relativa provincia, il traffico ci ruba quasi un’ora al giorno a testa e ci costa in tutto 27 miliardi di euro l’ anno.

Roma si conferma la città più in coda, con 227 ore all’anno, nettamente la più trafficata, seguita a distanza da da Palermo con 139, da Napoli con 120 e Milano con quasi 100 ore. (altro…)

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Ci sono visioni diverse del valore del paesaggio, ed anche del paesaggio urbano: chi lo considera elemento culturale (sia umano che ambientale) che caratterizza un luogo, una città e una comunità; chi lo considera invece un insieme di elementi economici, dove il profitto e il valore economico devono guidare le scelte. La miopia, dal mio punto di vista, è che la seconda visione distrugge anche il lato economico del valore culturale e artistico del paesaggio, che è molto più produttivo e sostenibile.

In questi giorni in Italia si sta molto discutendo di questo e ho trovato un interessante articolo su Lavoce.info sul “lato oscuro del piano casa” e sulle diverse visioni della conservazione del patrimonio artistico e paesaggistico. Nello stesso articolo viene citato e ripreso un passaggio del Serruchón di Carlo Emilio Gadda, che anch’io voglio qui riprendere integralmente. (altro…)

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Quello che segue è un nuovo “intervento ospite“. Sono proprio felice oggi perchè ospito una persona che si è laureata con me. Ho avuto molti laureati con ottime ricerche ed è sempre stata una cosa da cui ho avuto soddisfazione.

Marilena Valeri, laureata recentemente, ha fatto una bellissima tesi sulle piazze e sugli spazi pubblici, comparando la trasformazione delle aree urbane di alcune città italiane. In particolare, partendo dalle esperienze di Roma e Torino, Marilena Valeri ha presentato il caso di Piazza Risorgimento a Pordenone. Ne è uscita un’ottima ricerca e quindi ho chiesto a Marilena di farne una estrema sintesi che potesse divenire un post, che, per brevità, non rispecchia la ricchezza della sua tesi ma che sono sicuro contribuisce ad approfondire in modo interessante i temi che Metapolis vuole portare avanti.

La Piazza tra centro e periferia.

di Marilena Valeri

Dentro la città, centrali o quasi prossimi al suo centro, eppure marginali rispetto a quest’ultimo e alle sue dinamiche, esistono aree e quartieri cosiddetti di periferia, in senso non solo geografico, ma anche sociale e umano. Sono luoghi fragili che divengono a loro volta centro per altre periferie. Vengono contrassegnati da molti vuoti, una sorta di “discarica” di individui, attraversati da flussi e contrassegnati da questioni che sono di natura globale e locale contemporaneamente.

porta-palazzo-da-wwwcomunetorinoitDue quartieri, con due piazze famose a livello nazionale, sono Barriera di Milano a Torino, con Porta Palazzo, e l’Esquilino di Roma, con piazza Vittorio Emanuele, che, a prima vista, possono apparire aree omogenee. Nella realtà sono caratterizzate diversamente per storia, popolazioni, culture, condizioni di vita; sono zone in cui si concentrano e si intrecciano problemi sociali vecchi e nuovi. Tra periferie tradizionali e quartieri storici c’è una convergenza caratterizzata dall’eterogeneizzazione della popolazione e dall’illeggibilità del territorio. La caduta dei tradizionali fattori d’integrazione, l’innesto di nuovi elementi funzionali e l’ingresso degli stranieri, fanno esplodere l’eterogeneità. Ciò spinge tali aree verso spirali di degrado simili a quelle registrate un tempo nelle periferie. Nell’insieme, eterogeneizzazione e illeggibilità portano a una perdita di specificità e di memoria dei contesti locali e alla loro trasformazione in un luogo comune, un non-luogo, un’equivalenza indefinitamente moltiplicata delle direzioni e delle circolazioni. Molte aree sembrano ridotte a mero effetto di aggregazione, come gli spazi pubblici.

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Uno dei temi di maggiore interesse negli studi e nelle analisi urbane è il rapporto tra cittadino, spazio pubblico e spazio privato. Sempre più le città, così come si sono strutturate, rispondono ad esigenze nelle quali lo spazio pubblico non è più il luogo privilegiato della socialità. Sempre più sono gli spazi privati, spesso artificiali, a divenire luoghi caratteristici della vita urbana contempranea, tanto che, come già indicato in un post precedente, si parla di città dei superluoghi.

jan-jacobs-book-coverSfogliando i giornali in questi giorni ho trovato una chicca che volevo segnalarvi. Nella sezione libri dell’edizione dello scorso weekend del Financial Times (che “sfoglio” per carpire notizie sulla crisi) c’era la recensione della copertina di un libro che è una pietra miliare della letteratura urbana, “The Death and Life of Great American Cities” di Jane Jacobs. (altro…)

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Nelle scorse settimane la questione nord-irlandese è tornata in prima pagina, con i tragici delitti che hanno scosso il processo di pace ormai consolidato da dieci anni e che fanno temere un ritorno al passato, all’epoca del conflitto vero e proprio dei “Troubles” (per chi non li conoscesse vedi qua e qua).

manifestazione-per-la-pace-in-irlanda-del-nord-bbc-newsLa comunità dell’Irlanda del Nord sembra reagire compatta, unita, dimostrando che la strada intrapresa nel 1998 è ormai quella voluta dalla maggioranza degli abitanti della regione, al di là delle appartnenenze. Non sembra quindi in pericolo la pace, e anche le manifestazioni dei giorni scorsi confermano la sensazione che indietro non si torna (per chi volesse approfondire ovviamente il sito BBC News è ricco di notizie su quanto succede, e un blog molto approfondito, ben fatto e aggiornato è The Five Demands).

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Città in crisi? Non per le ruote panoramiche sembra. Mentre nelle città del mondo sono fermi i grandi cantieri e la costruzione dei grattacieli è in crisi, come abbiamo anche riportato in alcuni post precedenti, sembra non essere per niente in crisi la costruzione di ruote panoramiche. Sempre più grandi, sempre più alte, stanno divenendo l’icona della competizione urbana a livello globale.

chicago-ferris-wheel-da-wikipediaÈ passato ormai più di un secolo dalla prima ruota, quella di Chicago del 1893, alta “appena” 80 metri scarsi e costruita per l’Esposizione Universale  come risposta alla Tour Eiffel di Parigi realizzata nella precedente esposizione del 1889. Di quell’epoca è anche la famosa ruota panoramica del Prater a Vienna, che potremmo considerare la prima ruota che è entrata nell’immaginario collettivo come simbolo di una città.

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