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Archive for dicembre 2008

israeli-strike-on-gaza-bbc-newsGaza è di nuovo bombardata, colpita da uno tra i più violenti attacchi visti in questi anni di continue violenze. Ancora missili su Israele nei mesi scorsi, e ancora un’azione militare distruttiva e devastante in risposta (vedi le immagini, tra le quali quella qui affianco, nella sezione InPictures di BBC News)

Quando parlano le armi è difficile trovare le parole. Ancora più difficile trovare quelle giuste.
Il conflitto israeliano/palestinese sembra una di quelle questioni irrisolvibili, tanto è il tempo ormai passato dall’inizio della crisi e tanto numerosi ormai gli episodi e i periodi di guerra vera che si sono succeduti in questi anni.
Il diritto del popolo palestinese ad avere un proprio Stato è un diritto sacrosanto che non può più essere negato, per il quale non dovrebbe essere permesso che cada più un solo palestinese sotto i colpi dell’esercito israeliano. Come è sacrosanto il diritto del popolo israeliano a vivere in pace, senza la paura di venire uccisi in qualsiasi momento da qualche missile o qualche attentato. Due popoli sotto assedio continuo, due popoli che vivono nella paura continua.

La vita in questo territorio conteso è stata ulteriormente spezzata dal grande muro (West Bank Barrier) costruito a partire dal 2002, uno dei muri contemporanei più grandi e più duri. (altro…)

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sarajevo-campaniliAbbiamo sempre guardato a Sarajevo come alla città cosmopolita per eccellenza, al simbolo della convivenza e della pacifica multiculturalità, non formale ma sostanziale. Proprio per questo Sarajevo è stata colpita dalla guerra degli anni ’90, assediata, ferita. La resistenza della città era stata vista anche come la resistenza di una cultura urbana, una cultura della convivenza, che non voleva rassegnarsi a morire davanti all’urbicidio etnico/nazionale.
Ci si chiede spesso chi abbia vinto, se ha vinto Sarajevo o se hanno vinto i signori della guerra balcanica.

Dopo la guerra comunque Sarajevo è cambiata, come è cambiata tutta la Bosnia-Erzegovina, ma abbiamo continuato a guardare a quella città come a un simbolo, come speranza di una ricostruzione che non cedesse alla divisione di un popolo e di un paese.
In questi anni da Sarajevo sono giunti segnali contrastanti, e a volte la città non sembra più la stessa. Ultimamente alcuni fatti di intolleranza hanno scosso la città e l’anima libera e cosmopolita che l’ha contraddistinta nel passato.
Ora leggiamo che anche Babbo Natale non può più entrare a Sarajevo. Così ha deciso la Direttrice dei 25 asili nido della città, sostenendo che “Babbo Natale non appartiene alla tradizione dei bosniaco-musulmani”. (altro…)

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confine-ita-slo-rabuiese-dic-07

Esattamente un anno fa, con l’ingresso nell’area Schengen della Slovenia, cadeva definitivamente il confine tra Italia e Slovenia. Sebbene si sia sempre definito questo come il confine più aperto della cortina di ferro ai tempi della Jugoslavia, e sebbene dal 1991 con l’indipendenza della Slovenia e soprattutto con l’allargamento europeo e l’ingresso nella UE nel 2004 sempre meno rigidi sono stati i controlli di frontiera, non si può sottovalutare la portata dell’evento.

Occorre ricordare che si tratta di un confine che storicamente ha rappresentato la divisione tra due mondi, che su questo confine si sono abbattutte le diverse tragedie del ‘900, le due guerre mondiali, i regimi dittatoriali (quello fascista dopo la Prima Guerra Mondiale, quello nazista, e poi quello jugoslavo/titino dopo la Seconda Guerra Mondiale), che in questo angolo di terra abbiamo avuto la Risiera e le foibe, che le violenze hanno colpito i diversi popoli, italiano, sloveno e croato, che c’è stato un esodo quasi totale di un popolo dimenticato per anni dalla storia (l’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia), e infine che questo è un confine di memorie contrapposte dove ancora oggi qualcuno cerca di nascondere o negare le rispettive violenze (ad es. chi nega o sminuisce le foibe e chi nega o sminuisce le violenze fasciste). (altro…)

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I giornali riportano che in Italia la città più eco-sostenibile rispetto ai trasporti e alla mobilità pare sia Parma, seguita da Bologna, Venezia, Firenze e Padova. Così dice una classifica appena pubblicata sulla mobilità sostenibile di 50 città italiane, frutto di uno studio di Euromobility (Associazione italiana dei Mobility Manager) e di Kyoto Club (vedi la pagina di Euromobilty dovre trovare anche la presentazione e la classifica).

Vi segnalo questa classifica perchè credo che il trasporto urbano sia una delle questioni per le quali l’Italia sia davvero indietro rispetto ad altri paesi dello stesso livello di sviluppo. Anche se penso che il concetto di sostenibilità sia uno di quei concetti talmente abusati che non si sa più cosa significhi davvero. E anche se non ho mai creduto molto alle classifiche, perchè ci si ferma a considerare la posizione mentre dietro ai dati ci sono sempre tante questioni su cui riflettere. (altro…)

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Oggi, lunedì 15 dicembre, insieme all’amico Marino Vocci e all’autore, presentiamo il libro di Franco Juri “Ritorno a Las Hurdes. Guerre, amori, cicogne nere e istriani lontani”.

La presentazione è programmata a Trieste alle 17.00 presso la libreria In der Tat, in via Diaz 22

Per me è un piacere enorme presentare questo libro, per la stima e l’affetto che nutro per Franco Juri e Marino Vocci ma anche per l’apprezzamento profondo che ho verso la Infinito Edizioni, casa editrice del libro.

lashurdes_intIl libro di Franco Juri, che ha la prefazione di Nelida Milani e l’introduzione di Paolo Rumiz, è uno di quei libri che, attraverso la narrazione personale, ci parla della storia, delle speranze e delle paure che hanno accompagnato grandi e piccoli eventi di una parte del ‘900, delle grandi idee, dei sogni di una generazione, delle delusioni, degli amori, delle dinamiche incontrollabili che portano la storia sotto gli occhi, spesso increduli, dei suoi stessi protagonisti.

Cito dalla quarta di copertina:

“È, questo libro, la biografia di un’intera generazione seppellita dai suoi stessi sogni, che ancora sopravvive, nonostante tutto, ma lo fa sul ciglio di un baratro, stupita dinanzi al passato e al futuro, ugualmente sviliti da un presente turpe, che nega ogni passione” (dalla prefazione di Nelida Milani). Il racconto unico di uno dei testimoni del nostro tempo, tra l’Istria e la fine della ex Jugoslavia, la nascita della Slovenia e Gladio, la Spagna e il Cile, la resistenza al fascismo, il fallimento del socialismo e un mondo che non esiste più.

Collana: Orienti
Titolo: Ritorno a Las Hurdes
Autore: Franco Juri
Prefazione: Nelida Milani
Introzione: Paolo Rumiz
Pagine: 176
Prezzo: euro 13.00
Isbn: 978-88-89602-37-9
In libreria da: giugno 2008

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Dire che l’avevamo quasi anticipato con il post di pochi giorni fa è troppo, ma sicuramente la notizia di oggi non ci coglie di sorpresa. E il titolo di questo post ribalta il titolo di quel post, indicando volutamente il fatto che, quando la crisi colpisce le aziende più rappresentative di una città, colpisce le città stesse e i loro simboli di sviluppo.

nyt-grattacielo1E così dopo la crisi dell’auto a Detroit, di cui magari scriverò a breve, in questi giorni fallisce l’editoria, tanto che, come riportano i giornali italiani, il New York Times è stato costretto ad ipotecare il nuovissimo grattacielo di 52 piani da poco realizzato dal grande architetto Renzo Piano sulla Ottava Avenue.

Il grattacielo nuova sede del New York Times ha avuto grande risalto perchè è stato il primo a sfodare la “architettura della sicurezza” frutto della paura dopo l’11 settembre 2001. Un grattacielo luminoso, di più di 300 metri, con un materiale che filtra la luce del sole permettendo una distribuzione omogenea della luce, dando l’idea di trasparenza e leggerezza.

Un grattacielo simbolo insomma, per la qualità dell’edificio ma anche per il messaggio di speranza e di futuro per New York.

Ma se, come ha detto Piano all’inaugurazione, questo grattacielo “è lo specchio di New York“, oggi possiamo dire che è lo specchio della crisi, che è anche delle città e delle loro economie.

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E’ da poco uscito un libro interessantissimo di due cari amici, due delle persone che ritengo tra le più competenti che io abbia conosciuto in questi anni di lavoro, Michele Nardelli e Mauro Cereghini. Il libro si intitola “Darsi il tempo. Idee e pratiche per un’altra cooperazione internazionale“, edito da EMI.

darsi-il-tempoDalla presentazione sulla quarta di copertina:

“La cooperazione internazionale allo sviluppo è una grande novità emersa nel ventesimo secolo. Guerre, povertà, catastrofi naturali, situazioni di abbandono avrebbero avuto un impatto ancora più grave se non ci fosse stata la risposta puntuale di persone, gruppi, organizzazioni e governi disposti ad intervenire. Grandi temi come il divario Nord Sud, la disuguaglianza dei mercati, il debito internazionale o le politiche ambientali sono entrati nelle nostre case grazie all’impegno di campagne e organismi della cooperazione internazionale.
Ma tutto questo è passato.
Oggi il mondo della cooperazione è in crisi e il concetto stesso di aiuto allo sviluppo appare superato. Crisi di senso, perché non si sa più verso quale sviluppo è realistico muoversi. E crisi di efficacia, perché spesso conta più la visibilità dei donatori che il risultato per i beneficiari. Occorre allora ripensare la cooperazione in un mondo che non è più quello del Novecento. Occorre fermarsi e riflettere.
Darsi il tempo è un saggio sulla cooperazione internazionale, ma anche il racconto di idee e pratiche raccolti in anni di esperienze sul campo. E’ un invito ad abbandonare la retorica dell’aiuto – perché nessuno è solo povero – e ad oltrepassare la logica dell’emergenza – perché agire responsabilmente significa prendersi il tempo per conoscere. Un’altra idea della cooperazione, che esige un pensiero diverso. (altro…)

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